Stati Uniti: il sogno del piccolo Jack Hoffman

Stati Uniti: il sogno del piccolo Jack Hoffman

abc_jack_hoffman_jt_130407_wblogA sette anni un bambino dovrebbe vivere felice e sognare di poter edificare un futuro nel quale magari diventare un’astronauta, un medico, un calciatore o un pompiere. Nella testa di un bambino di sette anni com’è giusto che sia non dovrebbero esserci spazi per problemi.

Purtroppo esistono casi in cui anche un bambino così piccolo debba inspiegabilmente confrontarsi con una malattia devastante come un tumore al cervello. Il piccolo Jack Hoffman è consapevole della realtà che sta vivendo, ma nulla gli impedisce di sognare, nulla gli impedisce di sorridere e di sperare. Probabilmente questi comportamenti di fronte a un problema così grave sembrano essere figli dell’incoscienza infantile, dell’innocenza di un’età che dovrebbe essere rosea per tutti. Il piccolo Jack Hoffman vive in Nebraska, uno degli Stati federati degli Stati Uniti d’America. Jack, proprio come i bambini della sua età ha un sogno. Quello di giocare una partita con la squadra di  football professionista della città, il Nebraska Spring NCAA al Lincoln Stadium.

La federazione in accordo con la squadra a conoscenza della situazione decide di contribuire nel realizzare il sogno del piccolo Hoffman. Così, il pomeriggio del 6 aprile 2013, di fronte agli occhi del pubblico che riempiva lo stadio, esordisce un piccolo uomo vestito come tutti gli altri giocatori sul campo, con il numero 22 sulle spalle, quello del suo giocatore preferito. Il suo ingresso è trionfale, lo stadio lo acclama come un vero leader, come una bandiera, come una grande speranza. Il piccolo Jack s’inserisce nello schieramento, un po’ attonito ma pronto, per cominciare a giocare. Il gioco riparte, un po’ confuso Jack corre verso la direzione sbagliata, per fortuna ad affiancarlo e indirizzarlo verso la giusta via da percorrere c’è un giocatore, Taylor Martinez.

Ecco dunque che il piccolo corraggioso ometto riceve l’opportunità incredibile di realizzare un touchdown. Jack comincia a correre a perdifiato come se avesse le ali, in quel momento nulla poteva fermarlo, neanche la malattia. Sessanta mila spettatori lo acclamano mentre il piccolo con il numero 22 sulle spalle stava entrando nella storia come una delle più grandi star di questo campionato. Jack realizza il suo touchdown. Lo stadio è in delirio e i giocatori lo festeggiano alzandolo al cielo.

Jack risponderà nell’intervista post gara come un vero giocatore. “A cosa pensavi mentre correvi ?”, gli chiedono. Lui risponde: “A fare il touchdown!”. Il padre in lacrime per la gioia ha spiegato quanto sia stato incredibile quel pomeriggio. La volontà della squadra e della federazione di sensibilizzare l’opinione pubblica su un problema drammatico quanto reale è stata senz’altro premiata. L’opportunità di realizzare il sogno di questo ragazzo cercando di ricordare di non mollare mai è altrettanto significativa. Un fatto che merita di essere ascoltato, letto e divulgato in un mondo ancora capace di regalare sogni.

Di Manuel Giannantonio

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