La storia di Hope, 74 minuti di speranza

La storia di Hope, 74 minuti di speranza

Cosa si può fare in poco più di un’ora? O forse meglio dire quante volte sprechiamo inutili minuti e ore della nostra vita? A giudicare dalla realtà umana che ci circonda, ossessionata sempre più da un’insana dipendenza dallo smartphone, sicuramente la maggior parte di noi passa molto tempo della propria giornata a curiosare oziosamente sui social network.

Ebbene, in soli settantaquattro minuti di vita, una neonata di Newmarket, nel Suffolk in Gran Bretagna, è riuscita a donare speranza ad altre esistenze. Era il 2015 e proprio Hope è il nome che i genitori, Emma e Andrew Lee, hanno scelto per questo piccolo essere umano, vissuto il tempo necessario per poter donare i reni, poiché la loro elasticità consente un trapianto neonato-adulto, oltre al prelievo di alcune cellule epatiche, congelate in attesa di essere usate per pazienti in lista d’attesa per un trapianto di fegato.
Hope è nata solo pochi minuti prima del gemello Josh, uniti nella placenta ma subito separata da due destini differenti. Josh infatti è un bimbo sano, mentre Hope era affetta da anencefalia, una malformazione congenita molto grave, che si rivela già nel primo mese di gestazione, e non dà alcuna possibilità di sopravvivenza mancando completamente lo sviluppo dell’encefalo e delle ossa della scatola cranica.

I genitori si sono trovati nella dolorosa condizione di dover scegliere tra un aborto selettivo o portare a termine la gravidanza per entrambi i loro figli. Decisione sofferta, aiutata dalla testimonianza di un altro piccolo donatore di nome Teddy, il più giovane della Gran Bretagna fino alla nascita di Hope, nato nel 2014 a Cardiff, Galles, e vissuto per cento minuti: «Quando abbiamo saputo che non avrebbe potuto sopravvivere, conoscere la storia di Teddy mi ha dato la forza di fare la stessa cosa. Oggi mia figlia vive in un’altra persona e questo aiuta ad allontanare un po’ il dolore», come spiega Emma, mamma di Hope.
Settantaquattro minuti, «sono pochi», sono veramente pochi, eppure sono stati di immenso valore, non solo per «aver offerto una speranza di vita ad altri, mentre loro affrontavano una perdita», come detto da Sally Jackson, responsabile del coordinamento trapianti del National Health Service britannico, ma soprattutto per i suoi famigliari: «Almeno abbiamo avuto la possibilità di starle un po’ vicini», queste le parole del padre, «poco prima di morire mi ha stretto un dito con la manina, e sono crollato».

È straordinariamente infrequente che bimbi così piccoli diventino donatori di organi, una scelta non facile. Come ammesso dallo stesso padre, una doppia scelta, quella di non interrompere il corso della vita di Hope durante la gravidanza, e quello di autorizzare la donazione. Una decisione, quest’ultima, non meno sofferta, perché, come spiegato dal padre, se non fosse stata unanime da parte di tutta la famiglia, sorellina di quattro anni compresa, e firmata in anticipo, «non ce l’avrei fatta ad autorizzare la donazione quando mi ha stretto un dito».

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