Oliviero Bellinzani, incredibile alpinista senza una gamba

Oliviero Bellinzani, incredibile alpinista senza una gamba

 «Oliviero, mio padre, ieri ci ha lasciati. Il vento lo ha preso con sé. Il dolore è immenso come il vuoto che lascia alla sua famiglia e a tutta la comunità montanara. Ci rimangono i suoi sogni e tutta la forza di volontà che solo lui sapeva trasmettere a tutti noi». Con queste parole Xania annuncia la morte del padre, Oliviero Bellinzani, l’alpinista deceduto il 21 agosto 2015 perché travolto e trascinato a valle da una frana di sassi. Ma a rileggerle, ciò che rimane impresso non è un’immagine di morte, ma quella di una vita fatta di forza di volontà capace di plasmare i sogni e di trasformarli in più di mille vette scalate con una gamba sola.

Oliviero aveva 59 anni ed era chiamato «l’uomo con le ali» perché a guardarlo si rimaneva incapaci di credere che senza ali fosse stato possibile compiere con una sola gamba ciò che per molti alpinisti sarebbe stato proibitivo anche con due. Anzi, proprio il reagire all’amputazione della gamba in seguito ad un gravissimo incidente stradale avvenuto nel 1977 porta Oliviero ad affrontare questo limite con grande determinazione: «Il 5 febbraio 1977 è il giorno che mi cambia la vita: in un istante la mia esistenza viene stravolta, e tutto ciò che ero non lo sarei mai più stato. Dall’istante in cui ebbi l’incidente stradale che mi causò l’amputazione della gamba sinistra, nulla è stato uguale, ma ciò nonostante, superati i primi comprensibili drammatici momenti, già nell’agosto di quello stesso anno inseguendo i sogni che cullavo sin da ragazzo, ho provato ad inventarmi un modo ‘diverso’ di affrontare la montagna, salendo con le stampelle il Monte Nudo (1235 m). Da allora ho scalato quasi 1100 cime, molte delle quali in Canton Ticino, con difficoltà dal semplice escursionismo all’alpinismo estremo, dimostrando a dispetto di tutto, del mio handicap, dei pregiudizi che mi avrebbero voluto inchiodato al palo, che era possibile perché, l’ho imparato sulla mia pelle, i limiti sono prima nella mente, poi nel corpo».

Fino alla fine dei suoi giorni la sua vita sarà proprio una testimonianza di questa forza di volontà che non si ferma di fronte alle sofferenze ed ai sacrifici. Scalare le montagne andando controcorrente, contro l’arrendersi che la propria menomazione potesse significare solamente inferiorità e contro chi non credeva possibile, ad appena sei mesi dall’incidente, che una sola gamba e due stampelle potessero portare Oliviero in cima al Monte Nudo, in Valcuvia, vivendo la montagna «non come una sfida all’handicap, ma piuttosto una sperimentazione delle mie possibilità, se io dicessi che questo è un miracolo ragionerei da disabile, invece la gente deve capire che  certe cose le puoi fare indipendentemente dalla tecnologia e dal fatto che ti manchi una gamba o no. Le cose le fai perché le vuoi».

Pochi giorni prima della tragedia aveva scritto che «la montagna è un fuoco dentro che non smette mai di ardere», una passione irresistibile avida di vita, lassù in mezzo a panorami ineguagliabili e al vuoto che ti attrae, luogo dove «mente e corpo diventano una cosa sola, il cervello comanda e il corpo esegue». Un’esistenza vertiginosa, senza un briciolo di quel vittimismo che mal sopportava: «Trovo che in molti amputati ci sia troppa autocommiserazione e incapacità di soffrire, come se la sofferenza facesse paura. Ho capito che il limite in realtà spesso non c’è, ma è solo nella testa. Voglio che la gente sappia che per fare certe cose non è necessario essere “integri”».

Foto e video delle sue imprese lasciano a bocca aperta, con gli occhi sgranati dalla meraviglia e con una percezione di quanti inutili alibi molte volte si usino per mascherare la propria indolenza. Oliviero non aveva alcun dubbio, bisogna faticare per raggiungere la vetta dei propri desideri: «Se si vuole ottenere molto bisogna essere disposti a pagare molto, soltanto così è possibile entrare dentro le cose, oltre l’apparenza, fino a viverle, a sentirle come proprie, persi in una dimensione atemporale. E’ l’infinito che irrompe, pretende il suo spazio e da piccola parte di un mondo a noi esterno, d’un canto ci si ritrova partecipi di un tutto, tanto da poter avvolgere in un unico abbraccio l’universo intero».

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