Una giornata come tante

Una giornata come tante

Da queste stanze di terapia intensiva non escono più bambini. Dopo essere stati qui per tempi diversi e fatto balzi in avanti, troppo avanti per la loro età, hanno acquisito una saggezza con la quale non mancheranno di renderti pan per focaccia ogni volta che proverai a dissimulare. Come Paolo, sei anni, al secondo trapianto, lui la lezione l’ha imparata a memoria: a meno di due giorni dall’operazione definitiva, mi ha guardata negli occhi e mi ha detto, con una sapienza che era anche stanchezza, “te lo dico solo una volta: quello che fate qui non funziona con me, non serve a nulla”.

Oppure come Roberto che ha tre anni ed oggi ha raccontato di aver sognato un posto meraviglioso, dove ci sono tutti gli animali che lui vorrebbe vedere e che ha sognato più volte, ma quello è un posto dove ci andrà da solo, nessuno di noi può andare con lui. Ci andrà da solo.

Il lavoro in terapia intensiva non è una scuola di vita. È una scuola di morte che ti fa amare la vita come non avresti mai immaginato. Ma non c’è amore qui, c’è rabbia ma c’è anche tenerezza. Una premura per la vita che si fa anche cinismo alla ricerca della soluzione migliore per sconfiggerla, la morte. Ti fa rabbia la morte, e le persone adulte sono consapevoli, lo sanno quando arriva. Anche se lo ritengono un segreto inconfessabile. Con i bambini, per loro ed anche per noi, non è così. Non la sentono e non la senti. Non sai da dove arriva, i loro occhi stanchi non presagiscono nulla. E tu stai li con loro, con gli occhi piantati addosso, deglutisci mille volte sperando di mandare giù anche le lacrime.

Sai che hanno ragione perché conosci la loro storia e i loro esami, hai cercato ogni possibile diagnosi differenziale, per nascondere a te stessa e a tutti la verità. Sai che è una  battaglia è persa, che i muscoli sono stanchi, che il cuore ha galoppato abbastanza, che hanno bisogno di essere lasciati andare ed essere liberi da queste stanze, da quei finti letti per bambini, che sarebbero troppo per qualunque adulto.

Ma stamattina le infermiere mi chiamano perché Luca oggi compie cinque anni e proprio oggi potrà essere dimesso. La stanza è stata decorata durante la notte, al suo risveglio ci sarà una festa. Firmo il biglietto di auguri che sarà accompagnato da un regalo tanto desiderato, una nuova costruzione Lego Star Wars. Luca è qui da duecentotrenta giorni. Vai a casa Luca, corri, corri e riprenditi i tuoi cinque anni e cancella questi infiniti giorni di buio.

E soprattutto non voltarti indietro. Mai.

Questo è la sofferenza che ci rende vicini alla vita, ma prossimi alla morte, questa è la sofferenza, questo è il cinismo, questi siamo noi, che cerchiamo con una pseudo conoscenza non completa di aiutarli a vivere, ma che spesso dobbiamo essere capaci di accompagnarli verso la morte. Questi uomini e donne, noi, non invincibili, che cerchiamo di realizzare noi stessi attraverso il cinismo da cui dobbiamo farci avvolgere per non soccombere. Noi, non invincibili, che speriamo ogni istante che tutti questi piccoli tornino a correre, e che nulla li trattenga, nulla li faccia voltare indietro.

Questa è la vita, questa è la morte.

Ma Luca è tornato a casa. Ed io torno a casa felice, forse, almeno per una volta.

di Alessandra Sarzi Amadè

17 Marzo 2014

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