“Via dalla casa del Signore”. Scomuniche che hanno segnato la storia: da Enrico IV a Marcel Lefebvre
“Tuoni alla messa dei lefebvriani” hanno titolato alcuni giornali mentre ieri si svolgeva la messa per la consacrazione dei vescovi della discordia. Su Ecône, nel Canton Vallese, si è abbattuto un temporale che non ha però intimorito i numerosi presenti, giunti per assistere alla consacrazione di quattro nuovi vescovi della Fraternità sacerdotale San Pio X.
Papa Leone avrebbe fatto di tutto per evitare quella che è ormai una evidente frattura nel mondo della Chiesa cattolica. Tuttavia, all’inizio della liturgia che si è svolta ieri, Don Davide Pagliarani, superiore della Fraternità, ha dichiarato impavido: “Siamo pronti a pagare qualunque prezzo per salvare la Chiesa” poiché, continua: “dal Concilio Vaticano II fino ad oggi le autorità della Chiesa manifestano un atteggiamento contrario alla fede e agiscono contro la sacra tradizione”.

Contrari alla dottrina o no, fedeli alla linea o meno, i lefebvriani fanno rispolverare alla Chiesa uno dei suoi strumenti in assoluto più temuti: la scomunica. Di seguito, un breve excursus su alcuni degli esili spirituali più celebri.
Enrico IV umiliato a Canossa
Durante l’epico scontro che vide per secoli contrapporre potere spirituale e potere temporale, molti ricorderanno l’episodio dell’umiliazione di Canossa, quando nel 1077 l’imperatore Enrico IV dovette attendere fuori dal castello della contessa Matilde tre lunghi giorni, in ginocchio e sotto la neve, prima che papa Gregorio VII si decidesse ad accoglierlo per revocargli la scomunica. Agli occhi dei sudditi, un imperatore cacciato dalla casa del Signore perdeva indubbiamente presa. Ma qui siamo ancora agli albori della lotta per le investiture e ancora per molti secoli a venire ci si sfiderà rilanciando con editti papali e bolle imperiali.
Federico II e la Crociata del perdono
Federico II, conosciuto come lo stupor mundi, ebbe come precettore, su volontà della madre Costanza, nientemeno che papa Innocenzo III e sebbene l’insegnamento dei limiti della dottrina venne deputato a Sua Santità, ciò non lo salvo, ormai adulto, a ricevere ben tre scomuniche, due volute da papa Gregorio IX, nel 1227 e nel 1239 per aver ritardato la sua partecipazione alle Crociate in Terrasanta, e una terza nel 1245 da papa Innocenzo IV. Quest’ultima segnò un ulteriore allontanamento tra papato e impero.

Elisabetta I e la testa della regina cristiana
Sebbene Enrico VIII, che per amor di donna fondò addirittura una nuova Chiesa, si crede detenga il maggior numero di scomuniche tra i regnanti inglesi, in verità anche Elisabetta I vide il suo regno colpito dalla bolla pontificia Regnans in Excelsis che nel 1570 la dichiarava eretica e liberava i suoi sudditi dal suo giogo nel tentativo di indebolirla e dare maggior vigore ai cattolici che tramavano contro di lei. Nessun ripensamento per la regina che, con impeccabile british style, qualche anno dopo decapitò la cattolica cugina Maria Stuart, meritandosi così una seconda scomunica nel 1587 da parte di papa Sisto V.
Vittorio Emanuele II e il permaloso Pio IX
Nella storia d’Italia pochi furono i pontefici che sfidarono così apertamente i futuri regnanti d’Italia quanto Pio IX che, a partire dal 1855 quando Vittorio Emanuele II era ancora solo re di Sardegna, si vide sottrarre una marca alla volta un intero regno. In quell’anno, su invito di Rattazzi e Cavour, il parlamento piemontese aveva votato la Legge sui Frati che ridimensionava il potere di alcune cariche ecclesiastiche e ne espropriava i beni immobili: mossa che portò il pontefice a promulgare la Cum saepe, prima scomunica. Solo cinque anni dopo, qualche mese prima della nascita del Regno d’Italia, sempre Pio dovette rispondere ai plebisciti che smembravano il suo imperio con una seconda scomunica, la Cum catholica Ecclesia, che oltre a colpire nuovamente il re non risparmiava mandanti e complici.

Infine, con l’oltraggio della breccia di Porta Pia, fu la volta dell’enciclica Respicientes ea, con la quale attaccava per l’ennesima volta Vittorio Emanuele II e, diabolico oseremmo dire, anche tutta la sua progenie.
Lefebvre: moderno anticristo o integerrimo eterodosso?
La faccenda che vede oggi papa Leone preoccuparsi di un nuovo scisma è in verità un nodo che, sebbene si sia iniziato a intricare negli anni ’70, non sembra volersi ancora sciogliere. La scomunica di cui tanto si parla non è stata comminata motu proprio, ovvero secondo una precisa volontà del pontefice, bensì latae sententiae, di fatto il provvedimento “scatta” in automatico non appena si verifica un episodio che di per sé è punibile con la scomunica stessa: come in questo caso la nomina dei vescovi che, lo ricordiamo, spetta esclusivamente al Papa.

Marcel Lefebvre, che fu arcivescovo, non si trovò mai d’accordo con le aperture che il Concilio Vaticano II stava introducendo già a partire dagli anni Sessanta. Più volte si oppose apertamente, apponendo il non placet quando in suo potere, fino a gesti sempre più plateali che portarono a un iniziale allontanamento a divinis da Paolo VI. Inizialmente, la Santa Sede, consapevole del nutrito numero di accoliti, provò a tamponare e riassorbire l’intransigente francese ma quando nel 1988, proprio come accade oggi, decise di disobbedire e ordinare quattro vescovi, la risposta del buon Giovanni Paolo II non tardò ad arrivare e fu, ancora una volta, scomunica.




