Gombrowicz e l’assurdità del reale

Gombrowicz e l’assurdità del reale
(Fonte: L'indipendente)

Witold Gombrowicz, autore polacco ma vissuto all’estero per la maggior parte della sua vita, è nato e cresciuto nel culto dell’assurdo, il luogo in cui le categorie del pensiero (verità-falsità, finzione-realtà) si sovrappongono. È lo spazio del “tra”, la condizione a metà, che segna la formazione di questo particolare autore. Già la sua famiglia, appartenente alla piccola aristocrazia polacca ma impegnata nell’imprenditoria industriale, di origine lituana e celtica, era una famiglia sradicata e socialmente non ben definita, ma dove Gombrowicz poté imparare a giocare con le strutture della realtà.

Sono passati quasi sessant’anni da quando Gombrowicz salpò dall’Argentina per far ritorno in Europa. Era partito per un viaggio transatlantico in Sudamerica nel 1939, a ridosso della Seconda guerra mondiale, e finì per rimanervi più di vent’anni. Era ormai il 1963 quando fu invitato a soggiornare a Berlino dalla Fondazione Ford. Decise, allora, di porre fine al suo esilio e di tornare in quel continente che aveva lasciato molti anni prima.

Ma l’Europa non era più la stessa dopo il passaggio della bufera portata dalla guerra

Partito da polacco, Gombrowicz fece ritorno da straniero, ma nella nave con cui attraversò l’Atlantico per la seconda volta, dondolava insieme a lui il manoscritto di un suo romanzo, intitolato Kosmo.
Il romanzo, oggi considerato tra le migliori opere dell’avanguardia polacca, indaga il rapporto tra l’essere umano e la forma, tra la letteratura e la forma, tentando di bruciarne i confini. Per Gombrowicz, la realtà nasce dall’immediato contatto dell’occhio umano con il mondo; ci si muove cercando un senso, quel nesso capace di svelare il legame tra le cose e il loro significato. Ma provare a valicarne il limite è come seguire il movimento dei propri occhi di fronte ad uno specchio. In questo spazio di impossibilità, si trova Kosmo, il romanzo che inscena una parodia delle modalità associative e combinatorie con cui l’essere umano compone la realtà. 

I due personaggi, Witold e Fuks, partiti per passare l’estate in una pensione nella campagna polacca, si imbattono in alcune apparizioni che considerano insolite: un passero impiccato su un ramo, una linea sul tetto della pensione, i bottoni di una giacca caduti a terra; c’è anche un ramoscello legato ad una corda, che richiama l’impiccagione precedente. Witold e Fuks, negando la casualità di questi segni, cercano di tracciare un ordine, di trovare il bandolo della matassa, ma la loro ricostruzione degli eventi non ha capo né coda. Il tentativo di organizzare il caos da parte dei due brucia lentamente il genere del giallo. In questa ambigua ricerca dei personaggi si condensa un mistero che non si scioglierà nemmeno nella conclusione; il segreto, che aveva attratto l’attenzione dei personaggi, si abissa nell’ombra quanto più si è cercato di avvicinarlo.

(Fonte: Doppiozero)

Ossessioni mentali

Lo scrittore polacco non era stato l’unico ad aver eroso dall’interno il genere. Alcuni anni prima, l’ispettore di Gadda, in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, si era già smarrito nell’infinite possibilità delle indagini, dove la verità degli eventi si era rivelata una semplice congettura. In altre parole, per autori come Gadda e Gombrowicz, la verità è la luce di una lampadina sulla quale si continua a sbattere ogni volta che si prova a raggiungerla. Ma i personaggi di Gombrowicz lo sanno benissimo. Le loro indagini proseguono spinte da un’ossessione mentale -a volte erotica- che porta fuori da sé per immergersi negli oggetti esterni. Il loro tentativo ha le sembianze di un gioco infantile, necessario per liberarsi da una maturità asfittica. Così gli indizi emergono dal tedio di uno sguardo che, osservando alle spalle di una finestra la muta esibizione degli eventi, tesse le trame di un mistero, intrattenendosi nella speranza che stia accadendo qualcosa. Ma queste illusioni rivelano presto la loro arbitrarietà. Witold, a sua insaputa, contamina le indagini, producendo lui stesso nuovi indizi e associazioni (impicca un gatto). Allora il cosmo, che i due giovani volevano riordinare, appare come il fare e il disfare della tela di Penelope.

Per Gombrowicz la forma della realtà è il prodotto di maldestre e goffe associazioni umane. Le parole dell’autore provano a mostrarne l’arbitraria composizione, attraverso un giallo che non persegue nessun obbiettivo, in cui gli indizi finiscono per coinvolgere gli stessi investigatori.

Articolo a cura di Giacomo Vaccarella

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