TU SEI (racconto di Natale, 24-12-1942)

TU SEI (racconto di Natale, 24-12-1942)

La neve scendeva copiosa ad accarezzare i nostri volti silvani. Da lontano, il rimbombo dei cannoni destava il nostro sonno appena appena accennato, mentre il crepitio degli anfibi dei compagni era ormai all’unisono coi nostri cuori accartocciati e persi.

Era la notte di Natale, e sulla linea del fronte ci apprestavamo a vivere l’ennesimo dolore lontani da casa. Avevamo acceso un fuoco all’incrocio dei camminamenti della trincea, lì dove era più facile distendersi a turno per qualche attimo fuggevole di conforto. Qualcuno là, in mezzo alla fossa, cominciò a intonare un canto in un dialetto arcigno del Nord Italia – forse veneto, o forse lombardo, chissà – e fu allora che una nostalgia tagliente iniziò a penetrarmi nel petto ormai fiacco.

Ripensai al mio paese, Cabbia, da secoli addormentato sulle montagne abruzzesi, nel punto in cui la catena del Gran Sasso strizza l’occhio ai Monti della Laga. Ripensai all’armonia delle sue case aggrovigliate strette strette come in un lungo, interminabile abbraccio; ai vicoletti così ospitali da lasciarsi attraversare soltanto dalle fatiche degli uomini e dalle bestie loro compagne; agli angoli timidi e appartati come gli occhi di una donna innamorata, pronti a svelarsi solo agli sguardi che sanno corteggiarli; alle grate della chiesetta di San Rocco, abbracciato alle quali gridai tutte le mie sordide paure alla partenza; al calore del camino sorvegliato dal nonno, tepore per il corpo, riposo per l’anima; al ciocco buono ritagliato con cura da mesi proprio per la Notte Santa, nella quale il Bene – una volta tanto – coincideva col meglio; al fuoco grande della piazza, ritrovo della comunità in cui l’io e il noi si scioglievano in un unico verace amplesso. Ripensai anche a quando – tutti eccitati, da bambini, sotto lo sguardo vigile e benevolo della maestra – intonavamo la “Pastorella” e tutto il paese ci faceva festa.

Che ne sarà di tutto questo ora? Rivedrò mai i miei fratelli? Il mio Natale? La casa natia, dove ancora bambino imparai ad amare il passo premuroso di mamma e quello così autorevole di papà?

Una lacrima provò a scendere intrepida fra la sporcizia e il gelo. Restò a metà, e lì si perse: tra il terrore del futuro e la nostalgia del passato.

Chiesi a Gesù di rinascere con Lui, quel giorno. Di che altro avrei potuto vivere sennò? Chi può vivere solo di neve, di sangue, di gelo?

“Non sarai.

Non sei stato.

Tu sei!”, mi sentii sussurrare nell’anima.

Mi guardai intorno. La nevicata era cessata. Qualche stella si affacciò in lontananza sulle nostre linee, mentre la luna illuminava la terra di nessuno dove giacevano i corpi di chi era andato avanti. Il canto intonato dai miei compagni si era diffuso nella trincea ed era giunto fino a me. Cominciai a cantare anche io: una pace che non so ridire.

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