Morto Camillo Ruini, per sedici anni alla guida della Chiesa italiana
Camillo Ruini è morto la sera del 16 giugno a Roma, a 95 anni. Ha presieduto la Conferenza episcopale italiana dal 1991 al 2007, il mandato più lungo nella storia dell’istituzione, e nello stesso periodo, fino al 2008, ha retto anche il vicariato della diocesi di Roma.
Nato a Sassuolo nel 1931, figlio di un medico chirurgo che dirigeva l’ospedale civile della città, viene ordinato sacerdote nel 1954 e per oltre un decennio insegna filosofia nei seminari dell’Emilia. La sua ascesa nella gerarchia arriva tardi ma rapida: vescovo ausiliare di Reggio Emilia nel 1983, segretario generale della Cei nel 1986, e nel 1991 il salto decisivo, con cardinalato, vicariato di Roma e presidenza dei vescovi italiani arrivati nello stesso anno. Secondo la ricostruzione dello storico Enrico Galavotti, Giovanni Paolo II lo scelse come uno dei suoi uomini di maggiore fiducia – alla pari di Ratzinger, Martini o Casaroli – per rafforzare l’indirizzo pastorale e culturale promosso dal suo pontificato all’interno dell’episcopato italiano.
Con il tramonto della Democrazia cristiana, Ruini decide che la Chiesa italiana debba intervenire direttamente nel dibattito pubblico, senza più passare da un partito di riferimento. Sono tre gli episodi che meglio raccontano questa scelta. Nel 2005 la Cei invita all’astensione al referendum sulla legge 40 e la procreazione assistita: il quorum non si raggiunge e la normativa restrittiva resta in vigore. Nel 2006 Ruini nega le esequie religiose a Piergiorgio Welby, che aveva ottenuto l’interruzione dei trattamenti che lo tenevano in vita; pochi anni dopo prenderà una posizione altrettanto netta nella vicenda di Eluana Englaro. Nel 2007 ha promosso a piazza San Giovanni il primo Family Day contro il progetto di legge sulle unioni civili, i cosiddetti Dico: l’iniziativa rappresenta uno dei momenti più significativi della mobilitazione cattolica su quel tema durante il governo guidato da Romano Prodi. Il paradosso è che i due erano amici da decenni – il cardinale aveva celebrato il matrimonio di Prodi nel 1969 – ma sui diritti delle coppie di fatto la rottura fu totale e pubblica.
Per sostenere questa linea Ruini costruisce un apparato che va oltre la gerarchia ecclesiastica: il quotidiano Avvenire, diretto da Dino Boffo, accresce il proprio ruolo nel dibattito pubblico e politico nazionale; nasce l’emittente televisiva dei vescovi, oggi Tv2000; tra il 1997 e il 2013 presiede il “progetto culturale” della Chiesa italiana, la cornice dentro cui matura la formula dei “valori non negoziabili” – vita, famiglia, libertà educativa – enunciata per la prima volta in un discorso al convegno ecclesiale di Verona del 2006. Le critiche non mancano: alcuni osservatori e personalità politiche, tra cui Francesco Cossiga, contestano il suo approccio ai rapporti tra Chiesa e politica, mentre una parte dell’area cattolico-democratica fatica a riconoscersi nella sua linea.
Il declino arriva per gradi. Nel 2009 una campagna del Giornale di Vittorio Feltri contro Boffo costringe il suo più stretto collaboratore a lasciare la direzione di Avvenire, in un momento in cui i rapporti tra Ruini e il nuovo segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, sono già segnati dalla diffidenza reciproca. È però con il pontificato di Francesco che l’influenza del modello ecclesiale e culturale associato a Ruini si riduce progressivamente: il Papa argentino prende le distanze dall’espressione “valori non negoziabili”, affermando di non averne mai compreso pienamente la formulazione, e nel suo magistero cadono una dopo l’altra le battaglie storiche del cardinale – la legge sulle unioni civili approvata nel 2016 sotto il governo Renzi, l’abbandono del sostegno Cei al Family Day deciso dal segretario generale Nunzio Galantino, le sentenze della Corte costituzionale che smontano pezzi della legge 40, le proposte di depenalizzazione del suicidio assistito. Con l’elezione di Leone XIV nel 2025 Ruini, ormai ritirato da tempo, torna a manifestare pubblicamente fiducia, auspicando alcuni elementi di continuità con aspetti della tradizione ecclesiale che riteneva particolarmente significativi.
Gli ultimi tempi sono segnati dalla malattia. Un infarto lo porta in terapia intensiva nel luglio 2024; si riprende, ma un anno dopo, nel settembre 2025, viene nuovamente ricoverato al Gemelli per complicazioni renali. Compare ancora in pubblico, in carrozzina, ai funerali di Papa Francesco il 26 aprile 2025, e viene ricevuto in udienza privata da Leone XIV poche settimane più tardi. Nelle ultime settimane le condizioni peggiorano fino a diventare critiche: scelse di farsi curare a casa, nel Seminario Romano Minore dove viveva da anni, assistito da medici e infermieri del servizio sanitario vaticano e dalla fedele collaboratrice Pierina, al suo fianco fin dai tempi di Reggio Emilia.
Alla notizia della morte sono arrivati i primi messaggi di cordoglio, tra cui quello della premier Giorgia Meloni, che ne ha ricordato l’impegno nel difendere “identità e ruolo dei cattolici”. Una sintesi che riflette il carattere divisivo della sua figura nel dibattito pubblico italiano: per alcuni un punto di riferimento, per altri una personalità controversa.




