Aldair, il gigante silenzioso: un documentario per scoprire “Pluto”
Quanto sappiamo davvero dei campioni che vediamo ogni settimana in campo? Cosa si nasconde dietro quelle figure che spesso idolatriamo, che eleviamo a miti del nostro tempo, a simboli di un’epoca? Accade con gli attori, con i personaggi pubblici, ma soprattutto con gli sportivi. E se scendiamo ancora più nel dettaglio, con i calciatori. Con quegli uomini che, in novanta minuti, diventano eroi o fantasmi, idoli o capri espiatori, e che raramente ci concedono uno sguardo al di là della linea di fondo campo.
A Roma, poi, questo meccanismo funziona in modo diverso. Più viscerale, più totalizzante. In altre città un calciatore può essere apprezzato, celebrato, persino amato. A Roma viene adottato. Entra a far parte di qualcosa che va oltre il campo, oltre i risultati, oltre le stagioni. La maglia giallorossa non è un contratto, è un’appartenenza. E i tifosi lo sanno riconoscere subito, quasi per istinto, chi quella maglia la sente davvero , chi la indossa con rispetto, e chi no.
Se poi quel calciatore si chiama Aldair Nascimento do Santos, noto semplicemente come Aldair, l’affetto e l’aura, come si dice oggi, sono ancora più profondi e radicati. Aldair è stato uno dei migliori difensori al mondo. Un percorso iniziato con il Flamengo, un rapido e luminoso passaggio al Benfica dove, giovanissimo, si ritrova in campo da titolare in una finale di Champions League contro il Milan di Van Basten e poi l’approdo in Italia, alla Roma. Qui comincia una storia bellissima, fatta di 330 partite spalmaste su 13 anni di amore incondizionato e corrisposto. Il popolo giallorosso, la gente della Curva Sud, lo considera una leggenda di questa squadra al pari dei più grandi. Un campione silenzioso, dalle qualità tecniche indiscusse, che viveva il calcio con una serietà e una dedizione da predestinato.
Ma, come ci chiedevamo all’inizio, quanto sappiamo veramente di un uomo del genere? Cosa c’è dietro quella mole imponente, quella sicurezza sulla palla, quella presenza quasi ieratica in campo?
È proprio qui che si inserisce il film di Simone Godano sul numero 6 della Roma. Un documentario che racconta “Pluto”, così il suo soprannome romanista, nella sua terra natale, restituendoci una dimensione umana e privata che raramente emerge quando si parla di campioni di questo calibro. Il viaggio parte dal Brasile, dalla sua casa e dalla sua gente, in luoghi dove Aldair è considerato un vero e proprio eroe prima ancora che un calciatore. Da lì si sposta verso Lisbona, città che lo ha visto crescere e consacrarsi, per arrivare infine nella città eterna, dove la sua leggenda si è costruita mattone dopo mattone, partita dopo partita.
A guidare questa scoperta è Sandro Bonvissuto, scrittore romano, grande tifoso giallorosso e autore di diversi romanzi legati al mondo del calcio e alla romanità. Con il suo fare diretto, curioso, genuinamente affettuoso, Bonvissuto entra piano piano nel cuore del Brasile e del suo pupillo, riuscendo a far aprire un uomo notoriamente riservato come Aldair. Il risultato è un ritratto toccante: quello di un ragazzo dalla stazza enorme ma dal cuore gigante, che ha attraversato il mondo con i piedi ben piantati per terra e la testa sempre al servizio della squadra.
Un documentario utile, prezioso, necessario. Necessario anche per chi, come me, non ha vissuto pienamente quei momenti da protagonista — troppo giovane, o semplicemente lontano da quella curva. Eppure, anche soltanto rievocandoli, anche solo lasciandosi trasportare dai ricordi degli altri, quella passione si accende lo stesso. Quel fuoco che contraddistingue l’amore per questa maglia non ha bisogno di essere stato vissuto in prima persona per essere autentico.
E così, commosso dalla figura di Pluto, con una storia che non mi apparteneva fino a poche ore fa ma che ora sento mia, mi metto in fila anch’io per avere il suo autografo sulla maglietta. Perché se a Roma sono passati campioni del genere, è giusto, doveroso, direi, rendergli omaggio.




