Gerusalemme, porte chiuse sulla fede: a Pierbattista Pizzaballa negato l’accesso al Santo Sepolcro
A Gerusalemme, dove tutto è simbolo, anche una porta chiusa diventa un messaggio. Il diniego di accesso al Santo Sepolcro al cardinale Pierbattista Pizzaballa non è solo un episodio isolato: è il segno tangibile di una tensione che continua a crescere, silenziosa ma costante, nel cuore della città più contesa del mondo.
La vicenda si inserisce in un contesto già segnato da forti restrizioni. Domenica 29 marzo, in occasione della Domenica delle Palme, la polizia israeliana ha impedito al patriarca latino e al Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, di accedere alla basilica per una celebrazione privata. Una decisione che ha immediatamente sollevato proteste: in una nota, il Patriarcato ha parlato di una misura “manifestamente irragionevole e sproporzionata”, denunciando una violazione della libertà di culto e dello storico equilibrio che regola i luoghi santi.
Il Santo Sepolcro non è solo un luogo di culto—è un termometro. Misura la temperatura dei rapporti tra religioni, comunità e potere. Quando persino una figura come Pierbattista Pizzaballa incontra ostacoli, il segnale è chiaro: le tensioni non riguardano più solo i fedeli comuni, ma toccano i vertici stessi delle istituzioni religiose. In questo contesto, la sicurezza viene spesso invocata come giustificazione. Ma a Gerusalemme la sicurezza non è mai neutrale: è percezione, controllo e, talvolta, anche esclusione.
La reazione non si è fatta attendere neppure sul piano politico. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito l’accaduto “un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa”. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato di decisione “inaccettabile”, convocando l’ambasciatore israeliano, mentre solidarietà è arrivata trasversalmente da esponenti politici italiani ed europei, tra cui Elly Schlein ed Emmanuel Macron.
Da parte israeliana l’episodio è stato ricondotto a ragioni di sicurezza. L’ambasciatore presso la Santa Sede ha parlato di una misura necessaria nel contesto delle tensioni in corso, mentre il presidente Isaac Herzog ha espresso il suo “profondo dolore per lo spiacevole incidente”, ribadendo l’impegno di Israele a garantire la libertà religiosa. Poco dopo, il premier Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver dato istruzioni per consentire al patriarca un accesso pieno e immediato al Santo Sepolcro, sottolineando come recenti attacchi balistici iraniani abbiano colpito anche aree vicine alla basilica.
Sul piano religioso, l’episodio assume un peso ancora maggiore. Durante l’Angelus, Papa Leone ha espresso vicinanza ai cristiani del Medio Oriente, sottolineando come molti di loro non possano vivere pienamente i riti della Settimana Santa a causa del conflitto. In questo contesto, la figura di Pizzaballa rappresenta uno dei principali punti di riferimento spirituale della regione.
Dall’inizio della guerra a Gaza, il patriarca latino si è distinto per una linea improntata al dialogo e alla presenza sul territorio. Ha scelto di restare accanto alle comunità cristiane locali, visitando più volte le aree colpite e lanciando appelli per la pace e per la protezione dei civili, senza rinunciare a un linguaggio diretto anche verso le autorità politiche. La sua voce, in un contesto sempre più polarizzato, è diventata quella di un’autorità religiosa che prova a mantenere uno spazio di mediazione e speranza.
Nonostante le tensioni, segnali di apertura sono arrivati nelle ore successive. “Non vogliamo forzare la mano, ma oltre alla sicurezza serve rispetto per la preghiera”, ha dichiarato lo stesso Pizzaballa. Parole che riassumono il nodo centrale della vicenda: il difficile equilibrio tra sicurezza e libertà religiosa in una città dove anche l’accesso a un luogo sacro può trasformarsi in un caso internazionale.
Nel frattempo, conferenze episcopali di diversi Paesi hanno lanciato appelli alla pace e ad una tregua in occasione della Pasqua. L’episodio, definito “doloroso” da più parti, riporta al centro la questione più ampia della presenza cristiana in Terra Santa, sempre più fragile ma ancora essenziale come testimonianza in un contesto segnato da divisione e conflitto.
A Gerusalemme non esistono gesti piccoli. Una porta chiusa al Santo Sepolcro non è solo un episodio amministrativo: è un segnale che attraversa confini, religioni e coscienze. E mentre la città continua a vivere sospesa tra fede e conflitto, anche l’accesso a un luogo sacro diventa, inevitabilmente, una questione di potere.




