KINGDOM HEARTS III – Recensione

KINGDOM HEARTS III – Recensione

La speranza, anzi la Speranza con “s” maiuscola, è notoriamente l’ultima a morire, sempre. Ed è altrettanto vero che le cose belle arrivano, prima o poi, basta saperle aspettare. Certo, non si può dire che alla Square Enix non abbiano voluto mettere a dura prova la resistenza dei fan di Kingdom Hearts!

La saga ha visto la luce nel remoto 2002 su PS2, lasciando un po’ spiazzati i giocatori della console di casa Sony: accostare alcuni iconici volti del franchise Final Fantasy a luoghi e volti dell’universo Disney? Apparentemente, una follia fatta nel nome dei soldi facili; ma dietro al suo aspetto da crossover commerciale, Kingdom Hearts nascondeva un’anima (sarebbe troppo scontato parlare di “cuore”) profonda, che si esprimeva attraverso una narrazione dai toni forse un po’ melodrammatici, come da tradizione per i jrpg, ma affascinanti e a tratti davvero toccanti.

Una storia tanto appassionante che, una volta raggiunto il finale, lasciava il giocatore con una gran voglia di scoprire cos’altro ci fosse in serbo per Sora e tutti gli altri protagonisti. L’attesa è finita, finalmente: dopo Kingdom Hearts II, seguito ufficiale del capostipite della saga, uscito nel 2005, lo scorso 29 gennaio Kingdom Hearts III ha finalmente visto la luce, dopo una sequela di spin-off e riedizioni speciali estenuante (ma non del tutto inutile, come vedrete).

Sgombriamo immediatamente il campo dalla domanda più pressante: “ne è valsa la pena?”

Sì. Assolutamente sì, anzi. Chi scrive è stato fra coloro che, a un certo punto, si erano semplicemente stufati di farsi prendere in giro da Square Enix circa questo fantomatico terzo capitolo e si era tristemente rassegnato a non vederlo mai uscire. Addirittura, a non VOLERLO vedere uscire, perché quel coacervo di personaggi, situazioni e spunti narrativi sembrava semplicemente troppo enorme e complesso perché se ne potesse ricavare qualcosa di buono. Fortunatamente mi sbagliavo.

CHE STORIA!

Nel caso vi siate persi qualche capitolo, non temete, Square ha fatto le cose per bene: dal menù principale potrete infatti accedere ad un comodo riassunto di tutti gli eventi più importanti, in modo da permettere di seguire agevolmente la trama di KHIII (ma si consiglia comunque di dedicare un po’ di tempo alla lettura di qualche guida all’universo narrativo, soprattutto se si ha poca familiarità con i numerosi personaggi introdotti dagli spin-off).

Ancora una volta, saremo chiamati a indossare i panni di Sora e, accompagnati dagli immancabili Pippo e Paperino a farci da supporto, a viaggiare per i Mondi Disney allo scopo di completare il nostro addestramento e fermare, una volta per tutte, le forze dell’Oscurità.

 

Cercando di non fare spoiler di sorta, il primo pregio di Kingdom Hearts III risiede proprio nella sua storia. Vista col senno di poi, una volta concluso questo ennesimo viaggio fra i Mondi, la lunga e tortuosa sequenza di titoli più o meno impronunciabili che compone l’intera saga acquista un senso nuovo ed assolutamente esaltante. Come le tessere di un mosaico, ogni gioco della serie Kingdom Hearts contribuisce in qualche misura al climax del terzo capitolo, che al livello di difficoltà Normale richiede poco più di una trentina di ore per essere portato a termine, un tempo non eccessivamente lungo e che permette alla narrazione di svilupparsi organicamente, con ben pochi momenti morti. Il senso di epicità tipico dei giochi di ruolo targati Square Enix è presente al cento per cento (naturalmente con la conseguente atmosfera melodrammatica), e personalmente ho provato un grande senso di soddisfazione nel notare come questo gioco rappresenti il proverbiale pettine al quale tutti i nodi dei precedenti capitoli vengono attratti. Una chiusura col passato a lungo rimandata ma finalmente giunta, quasi a voler dire “qui abbiamo finito, gente.”

Ci sarà dell’altro? Mi spiace, ma a questa domanda non intendo rispondere, qui. Vivete questa esperienza e scopritelo!

OCCHI E CUORE

I Mondi sono più vasti che mai e caratterizzati da una grafica molto gradevole, che sfrutta appieno l’Unreal Engine per regalare al giocatore ambienti colorati e “cartoonosi”, come ci si aspetterebbe da un Kingdom Hearts del resto, ma impreziositi da effetti luminosi decisamente accattivanti e da piccoli tocchi di classe come l’effetto bagnato dell’acqua nel Mondo dei Caraibi.

Il primo impatto con personaggi più “realistici” rispetto al passato può risultare leggermente spiazzante, ma basta ammirare la prima, gloriosa, sequenza animata per rendersi conto di come questa nuova veste grafica e la potenza di PS4 vadano a tutto vantaggio delle emozioni che Kingdom Hearts cerca di trasmettere nel giocatore: i volti, in particolar modo, esprimono i sentimenti dei personaggi con grande efficacia, dando una sensazione di vitalità incredibile a ciascuno di loro.

D’accordo, graficamente siamo di fronte a un vero gioiellino, ma non si vive di sola grafica, giusto? Giustissimo. Il gameplay di Kingdom Hearts III mantiene le sue radici saldamente piantate nel solco tracciato dai suoi predecessori: si viaggia con la Gummiship, la nostra buffa navicella spaziale fatta di mattoncini colorati, si raggiunge un Mondo, si incontrano uno o più alleati, si affrontano i nemici e si scopre un problema da risolvere. Il tutto culmina con l’immancabile battaglia col boss finale dell’area, un Heartless gigantesco. Questa struttura ampiamente collaudata è stata però arricchita da tante succose novità.

Le sezioni nello spazio, a bordo della Gummiship, sono un vero e proprio minigioco a sé stante, caratterizzato dall’esplorazione delle varie zone del cosmo, dalla raccolta di collezionabili e perfino da delle boss fight apposite contro le gigantesche fortezze orbitali degli Heartless. Per quanto riguarda l’azione all’interno dei singoli Mondi, invece, il gioco offre il classico impianto action rpg di Kingdom Hearts, arricchito dalle nuove mosse “Attrazione” (una sorta di evocazione scatenabile colpendo un particolare nemico col giusto tempismo, che vi metterà alla guida di una delle celebri attrazioni di Disneyland), dagli attacchi Fluimoto (eseguibili dopo aver volteggiato intorno ad un asta o ad un palo per acquisire velocità) e dalle Fusioni, attacchi alternativi che si sbloccano colpendo ripetutamente gli avversari col Keyblade attualmente equipaggiato.

Degna di nota anche la possibilità di selezionare fino a tre Keyblade fra i quali scegliere rapidamente tramite le freccette del pad, in modo da poter variare approcci e strategie a seconda del rapido mutare del flusso delle battaglie.

Un sistema di combattimento vasto, spiegato nel dettaglio da numerosi tutorial e messaggi di aiuto, che però, almeno ai livelli di difficoltà più bassi, risulta non necessario per uscire vincitori dagli scontri proposti, malgrado il numero di nemici presenti sullo schermo sia bello consistente; purtroppo, la maggior parte degli Heartless rimane quasi immobile o attacca in maniera poco efficace. Se cercate una sfida estrema, vi consiglio di partire fin da subito alla massima difficoltà. Fanno fortunatamente eccezione i boss, soprattutto quelli più avanzati, che richiedono un maggiore impegno ecura del proprio set di abilità e del proprio equipaggiamento. Come già anticipato nel nostro speciale dedicato alla Milan Games Week 2018, le animazioni sono fluide e ben realizzate, e assieme agli splendidi effetti di luce rendono i combattimenti altamente spettacolari. Negli scontri finali si ha quasi la sensazione di vedere un anime, piuttosto che un videogioco.

 

Ogni Mondo offre inoltre una meccanica unica e particolare, come ad esempio il poter combattere a bordo dei mech giocattolo nel Mondo dedicato a Toy Story o ai già citati Caraibi, con il loro approccio “open world” che ci mette al timone del nostro vascello pirata, lasciandoci liberi di esplorare varie isole e di affrontare gli Heartless in mare aperto, in furiose battaglie navali. Purtroppo, questa creatività non è stata distribuita equamente, al punto che alcuni Mondi (come ad esempio San Fransokyo, dedicato al film Big Hero 6) sono decisamente meno memorabili rispetto ad altri, ma spezziamo una lancia in favore degli sviluppatori e ammettiamo che non tutti i film Disney offrono le stesse possibilità e spunti per un videogioco.

Se a tutto questo si aggiunge la classica “caccia al tesoro”, tipica della serie, che vi spingerà a frugare ogni angolo di ogni singolo livello alla ricerca degli Embli Portafortuna, la lista delle cose da fare si allunga ulteriormente, per un’esperienza che terrà i giocatori completisti impegnati a lungo, ma senza pregiudicare la fruibilità dell’avventura principale.

IN CONCLUSIONE

Cos’altro si può dire di Kingdom Hearts III? Analizzare con un approccio oggettivo un titolo simile non è affatto semplice. Quando il maggior pregio di un gioco risiede nella sua trama, recensirlo comporta una scelta: da un lato si può optare per una recensione che spoileri i segreti del gioco, rivolta soltanto a chi lo ha già comprato e completato; dall’altro, si può cercare di trasmettere agli indecisi il valore del gioco, preservandone l’alone di mistero e invitando a provare con mano, seppur con la rassicurazione che, dopotutto, a qualcuno è piaciuto sul serio. Inoltre, per sua stessa natura, questa serie ha sempre diviso il pubblico in appassionati e detrattori, e questo terzo capitolo non farà eccezione: difficilmente farà cambiare idea a chi storce il naso di fronte ad un jrpg con Pippo, Paperino e Topolino, oppure a chi non apprezza in toto lo stile action della saga. Come già accennato prima, l’hardcore gamer che vive per sputare sangue e imprecazioni sui soulslike e altri esempi di videogichi “estremi” sarà probabilmente non impressionato dalla modesta sfida offerta di Kingdom Hearts III.

E intendiamoci, non c’è nulla di male in questo: semplicemente, non è a lui che questo gioco è rivolto. Penso che la saga di Kingdom Hearts sia, in un certo senso, proprio come i moderni film di animazione dai quali trae ispirazione, prodotti pensati per un pubblico vasto e variegato, nel quale convivono i più giovani e gli adulti.

L’impostazione semplificata degli elementi gdr, la bassa difficoltà della maggior parte degli scontri e alcune scelte estetiche quali ad esempio il Gummifono sono chiaramente pensate per appagare il giocatore più giovane e meno smaliziato; mentre la grande maturità delle riflessioni sull’anima, sull’amore, l’amicizia, il coraggio e tutta la pletora di temi universali affrontati da Kingdom Hearts e la sua sfida della caccia all’ultimo collezionabile sono elementi che attirano i più anziani fra noi del pubblico (fra cui il sottoscritto, si intende).

È la felice via di mezzo, la giusta misura. Concedete a Kingdom Hearts il giusto tempo e la giusta attenzione, sforzatevi di guardare al di là dei colori brillanti e delle scenette buffe con Paperino e Pippo, e vi ritroverete a vivere una storia epica ed avvincente.

E credetemi, quando sarà finita, ne vorrete ancora. Con la speranza che non ci vogliano altri quattordici anni per vedere un eventuale quarto capitolo!

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