Call Of Music – Cuphead

Call Of Music – Cuphead

Eccoci come ogni mese con la nostra rubrica sulle colonne sonore! Nello scorso articolo abbiamo provato a sfatare un po’ di leggende piuttosto creepy legate alla città di Lavandonia; quest’oggi invece ci occuperemo di uno dei titoli più conosciuti dell’ultimo anno: Cuphead.

Prendete le caratteristiche topoliniche della Disney. Catturate le animazioni di Dave Fleischer. Shakerate con una storia divertente e inverosimile. E condite con del sano jazz.

Otterrete una cosa verosimilmente vicina a Cuphead. E dico vicina, perché per ottenere il vero Cuphead manca la componente principale: la follia.

Per capire cosa intendo basta sapere i tratti salienti della storia: due gemelli, Cuphead e Mugman, sull’Isola Calamaio, vivono insieme al nonno. Il suo nome? Il Vecchio Bollitore. E già questo è geniale da sè. Comunque. I due, un giorno, tornando verso casa si perdono e si imbattono in un Casinò, di proprietà del Diavolo, in fiamme e ossa. Cominciano ad ottenere una lunga serie di vittorie e il direttore, Re Dado (converrete con la genialità dei nomi), decide di riferire al suo padrone della loro fortuna sfacciata. Il Diavolo allora propone a Cuphead una sfida: un ultimo tiro. In caso di vittoria, otterrebbero come ricompensa tutti i soldi del casinò. Se dovessero fallire, venderebbero a lui la loro anima. Manco a dirlo: Cuphead cade nel tranello, perdendo. Ma, dopo una trattativa estenuante, riesce a strappare al Diavolo un’alternativa: il padrone propone loro di portargli in un solo giorno i contratti di altri abitanti dell’isola che gli devono in qualche modo l’anima. Per far fronte a questa avventura, il nonno regala loro una pozione che permette di sparare colpi di energia dalle dita.

È così che inizia il loro lungo viaggio, tra boss e personaggi veramente alquanto singolari. Fino al finale, in cui tornano dal Diavolo con in mano tutti i contatti e… dover fare una scelta tra due possibili conclusioni.

Tutto questo prologo che io vi ho spiegato a parole, in Cuphead è tradotto in pochi minuti iniziali, disegnati esattamente come un cartone animato americano degli anni ’30. Di per sè, il gioco sembra banale: sconfiggere i boss, inseriti in vari livelli, con ramificate presenze di run’n’gun, con una mappa esplorabile come in qualsiasi GDR e con modalità coop. Il punto è che il gioco in sè è tutt’altro che banale o facile e diventa paradossalmente ancora più complesso proprio in quest’ultima modalità.

Ma arriviamo ora al punto che ci preme di più: la colonna sonora.

Don’t deal with the devil è stata distribuita sono in download digitale e in vinile (che negli ultimi tempi sta tornando effettivamente in auge) ed è uscita in contemporanea al videogioco stesso. La versione fisica è presentata in una raccolta di 4 diversi vinili, come se fosse un vecchio album jazz degli anni ’30-’40.

In tutto, sono presenti 56 tracce, alcune in doppia o tripla veste, (voce, piano, orchestra) e i generi spaziano tra big band, jazz e ragtime.

Il brano che dà il nome alla Ost, “Don’t deal with the devil” è uno dei “doppioni”. La prima versione, di 42 secondi, è un’introduzione cantata il cui testo racconta brevemente la vicenda del Casinò. Il coro maschile, tipico degli anni ’30 jazzistici, ricorda le canzoni presenti nel film dei Cohen, “Fratello dove sei?“, ambientato negli stessi anni -che vi consiglio assolutamente se siete amanti di quel tipo di musica.

Lo stesso brano viene poi riproposto in forma un pochino più longeva (poco più di un minuto) suonato interamente al pianoforte in maniera abbastanza minimal: la mano destra si concentra sulle note della melodia, la mano sinistra si limita ad un arpeggiato rapido degli accordi.

Composti dal jazzista canadese Kristofer Maddigan, tutti i 56 pezzi della ost sono stati registrati a Toronto in presa diretta per rendere al meglio il sound delle jazz band americane degli anni ’30. Registrare in presa diretta significa registrare un gruppo di musicisti tutti insieme, come se fosse un’orchestra in live, e non come succede sempre più spesso ultimamente ognuno separato dall’altro. Questo genere di registrazione avviene per “sezioni” strumentali: ritmica, pianoforte solo, archi, fiati (legni e ottoni, spesso separati), voci e poi a seguire. Nel caso di Cuphead, ci sono dei video su youtube (vi lasciamo qui sotto il link) caricati dalla casa di produzione del gioco, la MDHR, che racconta come sono nati i vari brani.

Insomma, un gioco divertente e impegnativo con una colonna sonora che per gli amanti del genere è tanto bella da spingerti all’impresa più impossibile di tutte. Aprire Google e cercare disperatamente gli spartiti di almeno quattro o cinque brani dei cinquantasei.

Parola di pianista. È una sofferenza.

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