Perché ha vinto il No sul Referendum giustizia?
Al referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo ha vinto il No. Secondo le ultime proiezioni, alle ore 16 del 23 marzo i voti contrari alla riforma della separazione delle carriere dei magistrati sono stati il 54 per cento, mentre i favorevoli si sono fermati al 46 per cento. Con la vittoria del No, la riforma costituzionale voluta dal governo Meloni è stata dunque bocciata. L’affluenza al voto è stata intorno al 59 per cento, la seconda più alta nella storia dei referendum costituzionali e la nona in generale su 23 tornate referendarie dal 1946 a oggi.
La riforma proposta dal governo Meloni prevedeva il divieto per i giudici e i pubblici ministeri di passare da un ruolo all’altro, la distinzione del Consiglio superiore della magistratura (CSM) in due organi distinti, uno per i giudici e uno per i pm, e la creazione di un’Alta Corte disciplinare, a cui sarebbe affidato il compito di giudicare i magistrati dal punto di vista disciplinare, al posto dell’attuale CSM. Il testo della riforma costituzionale era stato approvato in via definitiva dal Senato a ottobre 2025, senza alcuna modifica rispetto alla versione iniziale proposta dal governo.
Quali sono, effettivamente, le ragioni per le quali ha vinto il voto contrario? Innanzitutto, un dato rilevante da sottolineare è il fatto che a votare contro la riforma della giustizia voluta dal governo di Giorgia Meloni sono stati soprattutto i giovani. Lo sostiene un sondaggio di Opinio realizzato per la Rai, secondo il quale al referendum che si è svolto domenica 22 e lunedì 23 marzo ha votato No una grossa parte (il 61,1 per cento) delle persone con un’età tra i 18 e i 34 anni. Anche nell’intervallo anagrafico successivo, quello tra i 35 e i 54 anni, ha prevalso il No con il 53,3 per cento. La popolazione oltre i 55 anni, invece, ha votato Sì con una maggioranza piuttosto risicata, del 50,7 per cento. Questi dati raccontano un messaggio politico chiaro a Meloni e al governo, che ora devono riflettere, devono ascoltare il Paese e le vere priorità. È anche un messaggio da parte dei giovani verso la sinistra italiana: il Paese chiede un’alternativa e hanno la responsabilità di organizzarla.
Un altro segnale importante che non deve essere sottovalutato è il forte risveglio del Sud. Nella consultazione che ha segnato il risveglio della partecipazione, con un’affluenza superiore al 58%, l’esecutivo ha finito per pagare l’assenza dai seggi della sua base, in un territorio enorme e poco presidiato, come il Sud del Paese. Emblematico è il dato delle regioni del Sud: il “no” in Campania ha superato il 65%, in Sicilia il 60%, poco sotto si sono fermate anche Sardegna e Puglia. L’alta affluenza del Nord, che ha visto il “sì” prevalere in Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, non è bastata per compensare la fuga verso il “no” del Centro-Sud. Il 61% di chi ha votato “no” lo ha fatto perché non voleva che si modificasse la Costituzione, secondo gli instant poll di YouTrend.
Oltre a queste ragioni, è importante notare come, per questo referendum, l’impressionante impegno, televisivo e non solo, della premier Meloni spingendo per il Sì alla fine non ha sortito nessun effetto se non quello di agitare e risvegliare i suoi, ma ha fatto altrettanto con chi stava all’opposizione. La conseguenza è stata quella di portare più gente al voto, scaldando il clima della competizione, nonostante fosse la prima a dichiarare di non voler politicizzare la questione. Spostando il voto su un campo politico, pur non volendo, alla fine ha trasformato il referendum in uno scontro destra/sinistra, dove i votanti scelgono di votare in base alla propria preferenza e non analizzando il dettaglio.
La vittoria del No al referendum, però, è anche una vittoria della partecipazione democratica. Le cittadine e i cittadini hanno scelto di esercitare un diritto fondamentale, riaffermando con il voto il valore della Costituzione come bene comune. È un segnale chiaro: la nostra Carta non può essere oggetto di interventi divisivi o calati dall’alto. C’è bisogno di riforme serie, condivise, che affrontino i problemi strutturali: carenze di organico, risorse insufficienti, tempi dei processi, accesso alla giustizia e non di interventi che alterano gli equilibri costituzionali.




