Riarmo: Tajani annuncia lo sprint per il 2%
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, parlando a Roma durante un evento pubblico, ha rilanciato uno dei cavalli di battaglia più ricorrenti nelle dichiarazioni filoatlantiche dell’ultimo decennio: l’Italia, ha detto, è “pronta ad arrivare al 2% del Pil per le spese della Difesa”. Una formula semplice, apparentemente tecnica, ma dal peso economico e politico tutt’altro che trascurabile.
Il riferimento è al famoso “impegno NATO” siglato nel 2014 al summit del Galles, quando – in risposta all’annessione della Crimea da parte della Russia – gli Stati membri dell’Alleanza si promisero a vicenda di aumentare le rispettive spese militari fino al 2% del prodotto interno lordo. Impegno mai davvero rispettato da molti, Italia compresa, dove oggi la spesa per la Difesa si ferma intorno all’1,5% del Pil, pari a circa 30 miliardi annui. Arrivare al 2% significherebbe superare i 40 miliardi. Più o meno quanto tutto il bilancio dell’istruzione pubblica.
Il governo Meloni, pur non avendo mai affrontato la questione in modo trasparente in Parlamento, sembra intenzionato a procedere senza troppi dubbi. La dichiarazione di Tajani, per quanto non nuova, ha comunque riacceso le reazioni politiche. Il Partito Democratico, con toni prudenti, ha parlato di “responsabilità verso gli impegni internazionali”, aggiungendo però che “non si può dimenticare la realtà sociale del Paese, con sanità, scuola e salari sotto pressione”. Più netto il Movimento 5 Stelle: Giuseppe Conte ha definito il 2% “una forzatura priva di visione”, accusando il governo di “trasformare una soglia arbitraria in un dogma”. Angelo Bonelli, per Alleanza Verdi e Sinistra, è stato ancora più diretto: “Spendere decine di miliardi in armi mentre si tagliano i fondi agli asili nido è pura follia”.
Non è la prima volta che questo obiettivo diventa motivo di tensione. Nel 2022, con Draghi a Palazzo Chigi e la guerra in Ucraina appena iniziata, una risoluzione parlamentare a favore del 2% fece vacillare l’allora maggioranza, con il M5S sul punto di spaccarsi. Alla fine la misura passò, ma la promessa dell’incremento “graduale” è rimasta sulla carta. Fino ad oggi.
Il problema, come spesso accade, è che si parla di cifre senza contesto. La sanità pubblica italiana nel 2024 ha contato su circa 135 miliardi di euro. L’istruzione su poco più di 55. La Difesa, attualmente, ne spende 29,5. Portarla a 42 o 45 miliardi significherebbe dare priorità assoluta all’apparato militare, in un Paese che per Costituzione – quella del famigerato articolo 11 – ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.
Ma il dibattito, più che nei palazzi, vive altrove. Diversi gruppi pacifisti hanno criticato l’annuncio di Tajani e chiedono da tempo un referendum consultivo su questo tipo di spese. Intanto le aziende del settore – Leonardo in testa, seguita da Fincantieri e MBDA – osservano con favore la nuova stagione di riarmo. Già oggi, in Europa, Francia, Germania e Polonia stanno aumentando sensibilmente gli investimenti nel comparto bellico. L’Italia, come spesso accade, non vuole restare indietro. Non importa dove stia andando.
Nel frattempo nessuno spiega con chiarezza perché, come, e in quali scenari l’Italia dovrebbe aumentare la sua capacità militare. Si agita lo spettro della Russia, si allude alla Cina, si invoca il principio dell’autonomia strategica europea. Ma la sostanza resta la stessa: più fondi per la guerra, meno spazio per il dibattito. E così, mentre ospedali chiudono, scuole crollano e stipendi stagnano, il governo trova finalmente qualcosa su cui non risparmiare.




