Le autostrade del mare, tra rispetto dell’ambiente e il ricordo degli antichi romani

Tempo d’estate, tempo di viaggi, ma soprattutto tempo di Mediterraneo, nell’azzurro delle onde che abbiamo sognato tutto l’anno. Abbiamo aspettato il tempo dell’afa e del sole bruciante, per quei giorni in cui avremmo potuto rinfrescarci con un tuffo tra i pesci. E dopo averlo visto in cartolina e magari nei nostri sogni, ecco che arriva il suo momento: proprio ora che le autostrade si riempiono e le code diventano chilometriche.
Non si tratta però solo delle grandi vie di asfalto, su cui cuociono a fuoco lento gli automobilisti mentre agognano la spiaggia. Ce ne sono delle altre, che sono percorse spesso anche durante tutte le stagioni. Sono invisibili ad occhio nudo e dove passano non lasciano un segno indelebile come le autostrade a cui pensiamo di solito. Sono le autostrade del mare, grandi sentieri che le compagnie di navigazione seguono per trasportare uomini e merci.

Le linee tracciate dalle prue che solcano il Mediterraneo sono innumerevoli: sono migliaia di anni che gli uomini le seguono e ne inventano di nuove. Si sono affidati a questo metodo di trasporto i nostri progenitori romani, che consideravano “mare nostrum” lo specchio d’acqua che divide l’Europa dall’Africa. Il nostro mare, su cui avevano imparato a navigare per combattere prima gli etruschi e i greci, poi i cartaginesi e tutti gli altri popoli che si opponevano alla forza delle legioni. Di vittoria in vittoria le navi avevano iniziato a trasportare tonnellate di merci provenienti dalle tante province: la storia delle autostrade del mare, si presentava per la prima volta a mettere radici tra le acque del Mediterraneo.
Oggi, dopo le centinaia di anni di sviluppo di trasporti e costruzioni, sembra che si stia tornando alle origini. Dai primi anni 2000 infatti lo stesso governo nazionale italiano ha deciso di tornare a investire sulle autostrade del mare, sia per il traporto di merci che per quello delle persone. Le merci, specialmente per un paese con coste lunghe come il nostro, nei piani dei governanti hanno la precedenza perché l’obiettivo degli incentivi, 240 milioni di euro solo tra il 2007 e il 2009, è liberare vie d’asfalto della penisola. Oppure, se non altro, almeno alleggerire il carico di automezzi pesanti che ne ostruiscono le arterie sfruttando il traporto marittimo.
Già ora i numeri delle autostrade del mare sono considerevoli, visto che vengono percorse da 1,5 milioni di automezzi all’anno. Un bel numero di tir, camion e rimorchi in meno per la strada. E secondo le stime governative, un danno minore all’ambiente, in termini di inquinamento, e un limite ulteriore agli incidenti stradali, di cui spesso i mezzi pesanti sono protagonisti. Così si ritorna alle origini a guardare al “mare nostrum”.
Più mare per tanti motivi dunque, non solo per la tintarella, ed è fondamentale ritornare a considerarlo importante anche per il  rispetto dell’ambiente in cui viviamo. Senza contare che salire su una nave, che salpa l’ancora per una meta qualsiasi del Mediterraneo, ha ancora un fascino diverso dagli altri mezzi di trasporto. Non importa se non ci sono più le vele, l’orizzonte in cui appaiono e scompaiono le coste, di cui si può immaginare tutto o semplicemente il tramonto sulle distese blu che ci circondano, non hanno perso affatto lo smalto d’un tempo.
Così come le onde che si infrangono sulle fiancate delle navi, che con la loro scia segnano per qualche ora il tragitto delle autostrade del mare, come i legionari di Scipione sbarcarono in Africa per conquistare Cartagine e trasformarla in provincia, oggi scendiamo al porto di Tunisi, per poi perderci tra le bancarelle e nei resti del passaggio di quegli stessi romani. Tracce che possiamo trovare in qualsiasi Paese che sia affaccia sul Mediterraneo e  che almeno per un po’ quello è stato il “mare nostrum”.

Michelangelo Bonessa
27 luglio 2012

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