Mentana contro Cairo: l’ultimo atto di un divorzio annunciato

C’è un conto alla rovescia che scandisce da settimane le cronache televisive italiane, ed è quello che separa oggi dal 31 dicembre 2026: il giorno in cui scadrà il contratto che lega Enrico Mentana a La7. Non è la prima volta che il nome del direttore del TgLa7 si accompagna a voci di addio – era già accaduto nel 2025, con un post sui social poi rientrato senza conseguenze – ma questa volta il tono è diverso. Non più un’insinuazione, bensì una condizione posta apertamente all’editore Urbano Cairo, pronunciata dal palco del festival letterario Una Montagna di Libri, a Cortina d’Ampezzo, e da lì rilanciata da ogni testata italiana.
Mentana ha scelto la sintesi di un aut aut: o l’emittente si apre a un pubblico più largo e trasversale, o lui, sono parole sue, «potrò fare altro nella vita, essendo ancora giovane». Una frase che non equivale a un annuncio di dimissioni, ma che sposta il baricentro della trattativa dal terreno contrattuale a quello, assai più scivoloso, della linea editoriale della rete.
«O su La7 si apre per fare qualcosa che possa essere visto da tutti, o penso che posso pure fare altro.»
La rete «anti-meloni»
Non è la prima volta che Mentana solleva la questione. Già a giugno, al Festival di Dogliani, aveva definito La7 «la nuova Rai3», sostenendo che un elettore di centrodestra difficilmente potrebbe riconoscersi nell’offerta informativa della rete. A Cortina il ragionamento si è fatto più tagliente, con un riferimento esplicito ai talk-show della rete e a un pluralismo che, a suo dire, esiste solo sulla carta: quando la voce dissenziente compare, ha detto il giornalista, viene sistematicamente «rintuzzata», in quelle che ha definito, con un’immagine colorita, delle vere e proprie sceneggiate.
È un’accusa pesante, perché arriva da chi quella rete l’ha resa, in sedici anni di direzione del telegiornale, un punto di riferimento dell’informazione italiana: le maratone elettorali, gli speciali sulle crisi internazionali, un modello che ha permesso a La7 di consolidarsi stabilmente al terzo posto tra le reti generaliste, dopo Rai1 e Canale 5. Mentana, insomma, non contesta i risultati: contesta l’identità politica che quei risultati avrebbero finito per cristallizzare.
La replica cauta di Cairo
Sul fronte opposto, Urbano Cairo ha scelto per mesi la strada della stima pubblica accompagnata da un understatement contrattuale. Alla presentazione dei palinsesti 2026-2027, a luglio, l’editore aveva liquidato la questione del rinnovo con una formula asciutta: «Il rinnovo sulla parola forse no, i contratti vanno fatti», rinviando ogni verifica alla scadenza di dicembre. Un atteggiamento che, pur nel registro istituzionale tipico di Cairo, segnala una differenza sostanziale rispetto al passato: se un anno fa l’editore si era speso in prima persona per garantire la permanenza del direttore fino al 2026, oggi la stessa certezza non viene più data per scontata.
Interpellato più di recente dal Fatto Quotidiano, Cairo ha comunque ribadito la disponibilità a proseguire il rapporto, osservando che restano «tanti mesi davanti» per trovare un’intesa. Nel frattempo la squadra della rete si è arricchita di volti nuovi – da Roberto Saviano ad altre firme di peso – in una conferma di continuità che, però, lascia volutamente aperta l’unica casella davvero indefinita: quella del suo nome più identificativo.
Le alternative sul tavolo
Dietro la fermezza di Mentana, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, ci sarebbero anche opzioni professionali concrete. La prima porta a Mediaset, l’azienda dove il giornalista fondò e diresse il Tg5 dal 1992 al 2004, prima di un allontanamento legato alla vicenda Matrix. Pier Silvio Berlusconi non ha mai chiuso quella porta, e alla presentazione dei palinsesti Mediaset ha parlato apertamente di stima professionale e affetto personale nei confronti dell’ex direttore del Tg5.
La seconda pista, forse la più suggestiva, riguarda il gruppo Gedi, passato di recente sotto il controllo della famiglia greca Kyriakou attraverso Antenna Group. Secondo indiscrezioni attribuite in origine al quotidiano Domani, l’editore Theo Kyriakou starebbe valutando la nascita di un nuovo polo dell’informazione audiovisiva – una sorta di «Cnn italiana», capace di integrare televisione, digitale, radio e podcast – e avrebbe individuato proprio in Mentana il profilo per guidarlo, sia sul piano televisivo sia, secondo alcune ricostruzioni, su quello editoriale, con il suo nome accostato persino alla direzione di Repubblica.
Lo stesso Mentana, va detto, non ha sciolto alcuna riserva su queste ipotesi, definite da più fonti ancora acerbe e prive di una forma definitiva. Ha inoltre smentito l’esistenza di una clausola di non concorrenza di diciotto mesi che, secondo alcune ipotesi circolate nei giorni scorsi, avrebbe potuto complicare un passaggio immediato verso un concorrente, ribadendo l’intenzione di rispettare l’impegno con La7 fino all’ultimo giorno di contratto.
Un bivio, non ancora un addio
Resta il fatto che, per la prima volta in sedici anni di rapporto, il countdown sembra essere iniziato sul serio. Non c’è, al momento, né una rottura consumata né un accordo di rinnovo: c’è una condizione esplicita, posta pubblicamente da un giornalista che sa di avere, con la propria credibilità professionale, un potere negoziale raro nel panorama televisivo italiano. E c’è un editore che, per la prima volta, non sembra disposto a chiudere la partita con una stretta di mano informale.
Il 31 dicembre non è più così lontano. E qualunque sarà l’esito – rinnovo a condizioni nuove, approdo a Mediaset, o il debutto in una scommessa editoriale ancora tutta da costruire attorno al progetto di Kyriakou – lo scontro tra Mentana e Cairo avrà comunque già detto qualcosa di più ampio: quanto, in Italia, la linea editoriale di una rete di informazione resti oggi un terreno di scontro aperto tanto quanto un contratto in scadenza.

