Ted Bee ci racconta il suo Marco Pantani

Ted Bee ci racconta il suo Marco Pantani

pantaniNella vita sono stato precoce in molte cose quanto tardivo in altre. Ho certamente anticipato i tempi per quello che riguarda lo scrivere canzoni. Ho imparato invece ad andare in bicicletta abbastanza in ritardo rispetto a quanto solitamente fanno i bambini.

Ricordo però che in un torrido pomeriggio del luglio 1998 mi trovai davanti alla tele insieme a mia mamma a guardare l’impresa di un piccolo uomo che in Francia, precisamente sul Col Du Galibier, pedalava da solo in una bufera di pioggia e nebbia praticamente fino a scomparirci dentro. Il segnale della tv andava e veniva, ma le poche immagini nitide erano quelle di due ali di folla con bandiere di ogni paese che sembravano spingere quell’omino senza nemmeno toccarlo.

Da lì a una settimana imparai ad andare in bici e in bici andavo dovunque, un po’ come Forrest Gump con la corsa, e iniziai a indossare giorno e notte una bandana che smisi di mettere soltanto il 5 giugno del 1999 quando mi sentii tradito da quell’uomo che, escluso da un’importante corsa ciclistica per motivi di doping, comunque non riuscivo a smettere di amare. Quell’uomo era Marco Pantani.

Pantani è l’uomo che ha fatto appassionare al ciclismo milioni di persone abituate a seguire solo il calcio. Dopo di lui mi sembra di ricordare che la Gazzetta abbia dedicato l’intera prima pagina ad un singolo evento solo in occasione della vittoria dei Mondiali del 2006.

Ho impiegato anni, ho dovuto aspettare la sua morte, solitaria, molto più simile a quella di una rockstar che a quella di un atleta per metabolizzare la sua vicenda umana, ma non ho mai smesso di tifarlo perché in lui ho sempre visto un uomo buono e ferito nell’orgoglio.

Da quel 5 giugno i suoi occhi, come le sue gambe, non furono mai più gli stessi. Pantani è stato protagonista in una delle epo-che più buie del ciclismo, ma credo che sulla faccia della terra non si sia mai visto un uomo andare in salita con quell’eleganza e con quella leggerezza e senza apparire per questo un alieno o un super-uomo.

Il volto di Pantani era costantemente segnato dalla fatica. Quando lo vedi all’arrivo di Les Deux Alpes sembra di essere di fronte all’immagine del Cristo. Una volta gli chiesero: “Marco, perché vai così forte in salita?” – “Per abbreviare la mia agonia”, rispondeva lui.Non penso che Pantani sia senza colpe, ma penso anche che la sua fragilità interiore e la sua sensibilità sono la prova che fosse una persona vera, autentica. Pantani è stato sfruttato quando faceva comodo e lasciato solo quando non serviva più.

Non mi interessa sapere se sia stato ucciso o abbia voluto morire. A me piace ricordarlo quando scalava il Mortirolo e le Dolomiti o quando provava a cantare insieme a Vasco Rossi da Red Ronnie.

Pantani era il campione della gente perché affrontava le salite come ognuno vorrebbe affrontare la vita senza averne il coraggio: senza calcoli, senza strategie, ma solo con la logica del “o la va o la spacca”. Per questo la gente lo amava.

Una volta, nel corso di una dura tappa di montagna del Tour, Armstrong e Pantani si trovarono all’interno dello stesso gruppetto di fuggitivi. Era tanto che non si vedeva Pantani in testa a una corsa e tutti, con il classico accento finale alla francese, iniziarono ad urlare: “Pantanì, Pantanì”. Armstrong chiese ai gregari del Pirata perché, nonostante lui fosse in maglia gialla, tutti tifassero per Marco. Gli risposero che le emozioni che Marco regalava alla gente lui non le aveva mai sapute dare.

Ted Bee

7 maggio 2016

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