Sergio Andrei, è “pienodipanico” e deve dirci qualcosa

Sergio Andrei, è “pienodipanico” e deve dirci qualcosa

Ciao Sergio, benvenuto su Fiori di Cemento, è un piacere averti con noi. E’ uscito pochi giorni fa il tuo ultimo singolo “pienodipanico”. Dopo vari progetti mai ufficializzati, ecco la tua prima canzone apripista, disponibile su tutte le piattaforme digitali. Descrivi al nostro pubblico il percorso artistico che ti ha portato a scrivere “pienodipanico”.

Ciao a tutti! Grazie mille per l’invito qui su “Fiori di Cemento”, piacere mio. Eh… partiamo con una bella domanda. Diciamo che la mia passione per la musica nasce in parallelo alla mia passione per la scrittura. Da piccolo, con le prime poesie imposte dalla scuola come compito, ho scoperto un varco in cui esprimersi. Nel mentre prendevo dei dischi che trovavo e li ascoltavo sotto la doccia. “Vengo a prenderti stasera sulla mia torpedo blu..” Mi canticchiavo Gaber, De Gregori ecc. Poi per tanto tempo ho scritto in più forme, dalla poesia sono passato alla narrativa, poi alla sceneggiatura, poi, quella più ardua ma più liberatoria, la musica. Dove tutti i nodi vengono al pettine. Lì, al microfono, è difficile mentire. A volte stare dietro una tastiera mi protegge… ed ecco che si è pieni di panico.

 

E’ un pezzo che funziona molto. Suona bene, è coinvolgente e allo stesso tempo si regge su un testo molto attento. Una canzone atipica che unisce l’empatia del pop all’impatto aggressivo del rock. So che per un’artista è riduttivo addossarsi delle etichette, ma come definiresti il tuo genere musicale ?

In realtà non l’ho ancora capito. Sono quasi convinto di non essere un cantante, ma non saprei definirmi. Non tanto per un problema con le etichette, ma per un dato di fatto. Ho ascoltato per anni la canzone d’autore in maniera quasi meticolosa. Dopo che ho perso mio padre artisti come De André e Guccini mi hanno salvato la vita. Hanno letteralmente occupato quella parte intellettuale che impegnava mio padre. Le mie influenze partono tutte da lì. Credo nella forma canzone…ma di certo non la propongo allo stesso modo. Sto facendo un percorso. Mi sto interrogando. Il mio genere per ora è un insieme di domande su come attualizzare ciò che ho appreso. Credo che sia un po’ come sono nella vita. Mi sento tipo un insieme di impulsi che ogni volta creano qualcosa ma non compongono un individuo. Ecco, penso che sia la curiosità il mio genere, se vogliamo accettarlo. La cosa che mi salva è la curiosità, con la folle ossessione di inseguire impulsi fra il razionale e l’emotivo…

 

L’anno scorso hai pubblicato un album “Atelier” con 8 canzoni, tra cui pezzi di ottima fattura come “niente da ridere”, “maledetto artista”. In che modo “pienodipanico” rappresenta un passo in avanti nella tua carriera ?

 Atelier è stato un tentativo di sbloccarmi. Se continui a pensare non arrivi mai a un punto. Mi interrogavo oscillando da una domanda all’altra ma avevo bisogno di mettermi in gioco. Ho cartelle piene di testi e magari mai musicate. Sto crescendo e quindi ancora non so che percorso nello specifico sto intraprendendo. Quel mixtape voleva fare uscire due parti. Dei testi che volevo parlassero per me e delle strumentali edite di musica elettronica vicine a ciò che mi fa ballare. Volevo ragionare e ballare, ballare e ragionare… “Mi muovo” dice tutto questo… Poi mi sono pentito subito dopo, con la percezione di avere accelerato i tempi  e fatto un mixtape che ti identifica in un mondo che non è esattamente il tuo… ma chissà. Ora sono contento di aver preso in mano le cose in maniera più professionale. So che probabilmente cambierò altre mille volte. Ma intanto cammino.

 

pienodipanico” è un messaggio che cerchi di trasmettere; anche attraverso il concept che ha accompagnato l’uscita del singolo. E’ un messaggio personale rivolto alle persone oppresse da un’atmosfera sempre più negativa.

Si. Pieno di panico è nato dopo un periodo parecchio difficile. Gli attacchi di panico sono una condizione restrittiva da non sottovalutare.  Sono andato via via peggiorando dopo un episodio forte che non mi ha fatto uscire di casa per un po’ di tempo. In quel periodo ho scritto un testo teatrale ed ho ritirato fuori questo brano. Lo avevo composto qualche mese fa, quando un produttore mi disse di provare a scrivere con la chitarra per una volta. Mi aveva soddisfatto. Poi l’ho ripreso con dei miei amici di accademia. Umberto Scaramozza, Stefano Crialesi e Jacopo Troiani mi hanno aiutato ad arrangiarlo insieme a dei docenti. Il messaggio però lo volevo rivolgere a chiunque avesse problemi, dall’ansia, alla depressione, fino al panico stesso. Nelle strofe faccio un’analisi della mia vita. Poi nei ritornelli cerco sempre di fare un urlo di pancia dove accetto ciò che sono, sperando di trovare qualche compagno… qualche collega di vita.

Si nota nel testo di “pienodipanico” una predilezione per la scrittura. Sei un cantautore e la musica d’autore in Italia ha una lunghissima tradizione. La tua intenzione è proseguirla? Chi sono i tuoi punti di riferimento? E, se non mi sbaglio, in te c’è più Rino Gaetano che De Gregori?

Si. Come dicevo prima vengo da quel genere lì. Siamo in Europa e nel mondo fra i massimi portatori di temi letterari, e la canzone d’autore ne è una componente. Amando la narrativa in generale, mi ci ritrovo dentro in pieno. Quando sono stato in Australia per un anno mi è mancata fortemente la cultura italiana. E’ lì che ho imparato a studiare, a modo mio, sconnesso, ma pur sempre informandomi. Credo che i padri non vadano né uccisi né idolatrati. Vanno presi così. Dobbiamo imparare tanto dal nostro passato ed assimilarlo. Credo che il compito più duro ma utile di un artista sia metabolizzare ciò che cattura. Non è facile… non so se sono all’altezza di quella tradizione, ma di certo mi ha lasciato tanto. Non uso nomi d’arte perché credo che il cantautore ci debba mettere la faccia. Quasi nessuno all’epoca ne usava. Quella è una cosa che ho ripreso, così come l’amore per l’anarchia delle osterie. Un’anarchia meno utopica. Non credo di poter cambiare il mondo, ma amo le locande, le osterie, il vino, le chiacchiere. Quella è la mia ispirazione ed aspirazione. Convivere scambiandoci umanità. Rino Gaetano e De Gregori sono due grandi autori. Forse si vede più Rino Gaetano in me (con dovute proporzioni) perché cerco di non prendermi sul serio. Lui giocava molto, ma il pensiero trapelava. Quello per me è molto bello. Illudere ed illudersi. Non si è mai troppo svegli. A volte la poesia e la retorica mi annoiano. Nonostante ciò De André e Guccini sono stati gli zii chiacchieroni, con cui ho imparato a stare seduto in osteria ed ubriacarmi con le carte, Vasco mi ha fatto scoprire il sabato sera e qualche ragazzata, come un urlo che afferma “Siamo Solo noi!”. Da tutti loro cerco nel mio piccolo di imparare.

 

Anche io amo la canzone d’autore italiana. Un genere che ha fatto storia: ha fatto ballare e contemporaneamente aprire gli occhi a milioni di italiani. Oggi sicuramente, nella maggior parte dei casi, le canzoni hanno un altro effetto, sono attente ad aspetti più commerciali e meno artistici. Cosa ne pensi a riguardo?

E’ una questione molto lunga e complicata. Sicuramente la politica ha preso una piega simile e di conseguenza tutti gli ambiti socio-culturali. Nel giro di trent’anni la vita degli italiani è cambiata completamente e l’approccio alla cultura ha subito un’alienazione. Con le sue note positive, che hanno permesso alle realtà indipendenti di poter camminare da sole e di poter vivere con il proprio mestiere. Ma l’eccesso ha un rischio. Se l’economia ha necessità di cambiare, non è detto che l’ambito artistico sia pronto allo stesso approccio. La cultura deve avere qualcosa da dire nel contesto in cui milita. Per me ha completamente senso che esista la trap ora, simbolo di un’alienazione reale, ma conseguenza di anni dove non hanno fatto altro che illuderci come giovani. Il tema principale di questa generazione è “vi siete mangiati tutto, mo guadagnamo alla faccia vostra”. Nella politica e di conseguenza nell’arte e nella canzone. Bisogna riuscire a riappropriarsi di una parte, seppure piccola, che possa riproporre dei valori che andranno a comporre la società del futuro.  Non sono un totalitario. Viva il pop, viva ciò che riesce a circolare. Alla fine siamo troppo piccoli per decidere i cicli di una società. I talent hanno avuto successo perché nessuno stava dando un’alternativa. Ora stanno scemando perché il mondo del web gira troppo veloce. Me se la trap e l’indie vengono tanto viste male come Salvini e i cinque stelle, la rimanente parte, che potrebbe essere il famoso PD, cercasse di trovare soluzioni invece di sparlare del resto. Se abbiamo un impulso credo che vada assecondato. Io scrivo solo quando devo. Per forza e senza compromessi. Da parte mia cerco questo… poi chissà.

Ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. C’è del buono e c’è chi antepone sempre la musica al business. Se dovessi sognare un featuring con qualcuno della scena musicale italiana, chi sceglieresti?

A livello artistico ammiro molto Salmo. Credo che sia riuscito a portare una mentalità di nicchia a livello universale. Fare ciò che ha fatto con un connubio di rap ed hardcore, i generi più di nicchia fino a qualche anno fa, è pauroso. Lo vedo come un artista contemporaneo e ciò mi piace aldilà di ogni singolo prodotto. E’ reale, conforme, spiazza, stupisce. Assimila come una spugna. Poi vabbè; Vasco è Vasco. Nonostante gli ultimi dischi con i primi sei ha fatto una carriera che basterà per sempre. Quei pezzi sono dentro ognuno di noi. Di ora ci metterei anche una strofa di Brunori, una di Silvestri e un ritornellone di Coez o Tizianone Ferro (per rimorchiare).

 

Tornando a “pienodipanico”, volevo sottolineare come sei riuscito ad estendere un sentimento prettamente autobiografico ad una condizione universale. L’arte ci avvicina l’uno con l’altro. E lo dimostra il videoclip. Sergio Andrei è pienodipanico; ma lo è anche un rider costretto a sfasare i propri orari per una paga minima. Com’è nata l’idea e, soprattutto, la collaborazione con il giovane regista Simone Mastronardi, che ha diretto un videoclip di altissimo livello artistico.

Grazie mille. Speriamo sia uscito al meglio il senso. Simone mi ha scritto un giorno. Aveva sentito Atelier e voleva collaborare. Ci siamo visti ed intesi subito. Gli avevo proposto un’altra idea, mentre lui proponeva il punto di vista di un tassista o camionista. Da lì ho subito pensato al rider . E’ colui in cui ci possiamo ritrovare tutti noi giovani. Spero non sia stato preso per strumentalizzazione, dato che stanno esplodendo diverse proteste nel mondo delle consegne proprio questo periodo. Il video era solo un mezzo per raccontare l’ansia, che ha tante facce. Quest’epoca conosce la fretta, così come il rider. E’ il lavoretto della mia generazione. Ci siamo messi al lavoro e mi ha dato una grande mano. Ha organizzato una grande troupe che ci ha aiutato. Da Michela Terzaghi, a Giulio Contardi, fino a Valeria de Angelis e tanti altri.  Giovanni Lo Castro mi ha aiutato in tutto il progetto grafico. Dai manifesti fino alle magliette.

Al video si aggiunge, oltre all’intraprendenza di Mastronardi, la partecipazione del maestro Pietro de Silva e del giovane Federico Russo. Ne è venuto fuori un videoclip che si unisce perfettamente alla canzone e al suo ritmo. Si può dire che se il pezzo è ascoltato vedendo il video ha un doppio significato? Quello che trapela dal testo e quello messo in scena attraverso la routine del rider.

Si. I due attori sono due amici che hanno fatto un grande lavoro. Pietro ha reso al meglio. Ha una grande espressività. Federico ha accompagnato il tutto. Bella coppia! Il significato della canzone è aperto . Ognuno spero ci possa trovare la propria storia. Il video magari ti porta in una realtà più definita… a parte il finale. Quello l’ho voluto lasciare aperto e da molti non è stato capito ahah..

 

Credo sia un progetto così ben riuscito che debba proseguire. Cosa hai in mente per il tuo futuro?

Sto preparando un po’ di cose. Vorrei arrangiare Atelier in chiave acustica e nel mentre lavorare al prossimo singolo, che è un pezzo che tratta di molte cose che ci siamo detti qui oggi. Speriamo. E’ una fatica da solo…  soprattutto in ambito economico. Ma piano piano…

 

Ti ringrazio, è stato un piacere. In bocca al lupo!

Grazie mille a voi. Per la disponibilità e l’attenzione. Buon lavoro e crepi!

Ringrazio Giovanni lo Castro per la grafica e Maria Gaia Marotta, Ludovico Pascoli, Lorenzo Carulli per le foto.

 

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