Street Opera, fotografia dell’hip hop italiano

Street Opera, fotografia dell’hip hop italiano

12165735_10206792784917145_638882126_nIl connubio rassegna cinematografica-documentario musicale è ormai realtà fattuale: a Cannes, ad esempio, c’era Amy (sulla Winehouse), mentre a Venezia Janis (sulla Joplin). Due giorni fa, invece, il Festival del Cinema di Roma ha aperto le danze con Street Opera, viaggio nel mondo dell’hip hop italiano attraverso la fotografia e il racconto di 5 artisti: Danno, Tormento, Gue Pequeno, Clementino e Elio Germano. Per chi non lo sapesse l’attore romano performa come rapper da oltre 15 anni con il gruppo Bestierare. Il documentario, nelle sale a fine anno, è stato presentato nella sezione ‘Alice nelle strade’; alla regia c’è Haider Rashid, regista fiorentino di origine calabro-irachena, classe 1985.  “Da piccolo il rap era una via di fuga, lo vivevo da solo – spiega il giovane regista – ora ho scoperto che si tratta di una realtà parallela vissuta da migliaia di persone. Ho seguito i rapper in tour per due anni. Poi abbiamo scelto un concerto per ciascuno di loro”. Prosegue: “L’idea era un ritratto impressionistico degli artisti più amati. C’è un legame forte tra i fatti politici e sociali dell’Italia nel ventennio 1994-2014 e l’evoluzione del rap. Il rap è passato da musica di strada a musica di massa. Nei loro testi c’è molto di quello che è successo in questi anni”. Sono stati scelti artisti simbolo di fasi diverse del rap game italiano, 5 diversi modi di approccio e interpretazione dell’MCing. Danno e Tormento rappresentano la golden age dei ’90, seppur in maniera totalmente differente: Danno è forse il più importante rapper underground in Italia, “vive nei centri sociali per scelta “, come spiega pure il regista, ha subito ripudiato e non si è mai mischiato nel mainstream, continuando ad avere seguito e riconoscimenti pur non producendo nulla come Colle del Fomento dal lontano 2007.”Lo facciamo perché il nostro nome deve essere scritto nel libro di rispetto di questo gioco”, dice lui. Tormento, conosciuto pure come Yoshi Torenaga, è invece salito alla ribalta come voce dei Sottotono, due che vedeva Big Fish alle basi. La sua carriera è stata segnata da una costante ricerca musicale, che l’ha portato poi a cimentarsi in esperimenti non sempre convincenti; la scena, ad esempio, non ha mai visto di buon occhio le comparsate a Sanremo e Festivalbar. A differenza di Danno non è ‘scomparso’, continuando a scrivere – il suo ultimo lavoro, Dentro e Fuori, è datato 2015 – e collaborando pure con i volti nuovi, patrocinandone addirittura alcuni. Gue Pequeno, a mio avviso, è l’anello di congiunzione fra i primi due e un personaggio come Clementino, quindi con il nuovo. Di lui si sta scrivendo tanto ultimamente, a farlo sono perlopiù neofiti o giornalisti poco informati, che sottolineano unicamente aspetti come la misoginia, l’assenza di messaggi o l’ostentazione di sfarzo e successo. Questo è il Gue Pequeno di Vero, il Gue Pequeno del 2015, ma il Guercio è sulla scena dal 1999, prima con le Sacre Scuole, poi con i Dogo. Di roba ne ha fatta e non era solo bitches and money: Mi Fist, il primo album dei Club Dogo, datato 2003, è probabilmente tra i 3 migliori prodotti di hip hop nostrano, e fino a qualche anno fa anche i mostri sacri della golden age non si facevano problemi a chiamarli nei dischi, vedi Kaos in Karma. I più attribuiscono a loro lo sforzo maggiore di mainstreaming, lo slancio decisivo nel trasformare il rap in musica di massa; in qualche modo è vero, anche loro si attribuiscono questo onere/onore. Comunque, più o meno dal terzo album – chiamato appunto Vile Denaro, 2007 – hanno cominciato a dichiarare apertamente il desiderio di fare soldi con la loro musica, e ci sono riusciti. Gue Pequeno è sicuramente il più americano dei rapper italiani, ha saputo costruirsi un personaggio versatile e interessante, con Il Ragazzo d’Oro ha aperto ufficialmente una fortunata carriera solista iniziata anni prima con i primi due Fastlife Mixtape e ora è sotto contratto con la Def Jam Recordings. In mezzo il lancio di una linea d’abbigliamento e alcuni gossip da rivista rosa che hanno incrementato ulteriormente la sua fama. E’ il più ricco dei rapper italiani. Poi c’è Clementino, figlio del mainstream. Intendiamoci, Clementino ha girato jam e centri sociali, firmando per una major dopo 7 anni di carriera; è figlio del mainstream perché ha acquisito visibilità grazie alla prima edizione di Spit su Mtv, il programma di freestyle battles condotto da Marracash, un tipo di vetrina come non ce ne sono mai state per Danno e gli altri dei ‘90 o Gue Pequeno nel primo decennio di attività. Infine, interessante l’inserimento di Elio Germano con le sue Bestierare, collettivo attivo dal 1998 e da allora lontano da ogni circuito discografico o commerciale. E’ l’esempio di un gruppo di ragazzi che utilizza il rap unicamente come forma di comunicazione col pubblico, forse quanto di più vicino alle radici della cultura hip hop. Fanno political-conscious rap, ogni loro lavoro è scaricabile in free download dal sito ufficiale del gruppo e pur non vendendo dischi possono contare su un buon seguito di pubblico che li segue nei vari live in giro per lo stivale. Street Opera, per concludere, è un lavoro veramente interessante, analizza e indaga a 360 gradi una realtà che, per storia e cultura, attinge dagli strati e dalle dinamiche del ‘basso’ della società per poi proiettarle verso un alto che non sempre pare capace di accettarle e comprenderle senza traviarle.

Matteo Muoio

19 ottobre 2015

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