Avevamo terribilmente bisogno di una serie come Sanpa

Avevamo terribilmente bisogno di una serie come Sanpa
(Fonte: Netflix)

Il 2020 su Netflix si conclude all’insegna della Romagna. Da una parte l’utopia libertaria raccontata ne L’isola delle rose di Sidney Sibilia, dall’altra l’incubo delle catene — materiali e non — che tentennano in Sanpa, docuserie in 5 episodi che rimette assieme le vicende legate alla Comunità di San Patrignano, sorta a pochi chilometri da Rimini nel 1978.
Nel giro delle poche decine di chilometri che distanziano il litorale più festaiolo d’Italia e le colline brulle su cui sorse la casa di recupero per tossicodipendenti voluta da Vincenzo Muccioli, si gioca un passaggio fondamentale della storia del nostro paese.
Dal tempo delle mele di marca sessantottina che potò l’ingegner Giorgio Rosa a credere che si potesse proclamare uno stato indipendente su una piattaforma in mezzo al mare, al  ben meno utopico tempo delle pere che vide invece migliaia e migliaia di giovani italiani ricorrere all’eroina per continuare a credere, artificialmente, in quel sogno di libertà così precocemente spezzato.
Dalle comuni alle comunità, Sanpa è allora il racconto in 5 ore di un’Italia che cambia e che, nel giro di un decennio, abbandona il campanilismo dai toni bonari di Giovannino Guareschi per abbracciare una tragedia di respiro maggiormente europeo, stavolta più vicina ai racconti di Christiane F. sui Ragazzi dello Zoo di Berlino

(Fonte: Netflix)

Il Viaggio dell’eroe

Già nella lettura dei titoli che danno il nome alle singole puntante, ci si rende immediatamente conto che quello iniziato con Sanpa è un vero e proprio cammino dell’eroe. Una vicenda narrata in tre atti che — con l’uso esclusivo di filmati di repertorio, commentati da quelli che lì a San Patrignano c’erano —  analizza i momenti della Nascita,  Crescita, Fama, Declino e Caduta della comunità.  
Mattatore indiscusso degli eventi è il fondatore dell’intero progetto di recupero, il massiccio Vincenzo Muccioli, uno che per velleità caratteriali sembra l’incrocio tra Federico Fellini e il Peppone protagonista dei romanzi del già citato Guareschi.
Muccioli è una figura quasi cristologica, il catalizzatore di forze uguali e contrarie che su di lui insistono minacciando improvvisi cortocircuiti del sistema.
Da una parte osannato come il salvatore di centinaia e centinaia di anime ormai date per perse, dall’altra condannato per i metodi poco ortodossi utilizzati per curare la scimmia, le crisi d’astinenza subite dagli ospiti della sua comunità.

(Fonte: Netflix)


Allora, tutto si gioca nel turbine d’interrogativi che orbita intorno a Muccioli, il cui dubbio principale resta sempre: «si può fare del male, seppur a fin di bene?».

Paladini del metodo Muccioli si alternano ai suoi detrattori e sullo schermo riprende voce una società sempre più incupita, che ha appena fatto i conti con l’omicidio Moro e con la strage della stazione di Bologna. Con una droga, l’eroina, che, come la livella di Totò, miete vittime sia tra i figli della classe operaia che tra i parenti della pettinatissima imprenditoria medio-borghese.
Sembra quasi di assistere ad uno spin-off dei Comizi d’amore pasoliniani, in cui l’argomento principale è stavolta quello della tossicodipendenza.

Sanpa: l’Italia di ieri somiglia (troppo) a quella di oggi

È servito circa un anno per poter montare il materiale audiovisivo recuperato dagli autori della serie. Un anno in cui, oltre alle innumerevoli interviste rilasciate da un Vincenzo Muccioli sempre più vicino alle lobby di potere, filmato e fotografato in bagni di folla che lo acclamano come fosse il Salvatore, gli autori di Sanpa hanno intelligentemente ponderato le dichiarazioni da inserire. Il risultato è allora un papier collé ben organizzato in cui si rispolverano i servizi di Red Ronnie sulla comunità, le puntate di Mixer condotte da Giovanni Minoli, le parole al miele di Paolo Villaggio e quelle ben più critiche nei confronti del metodo San Patrignano da parte di chi quei luoghi li aveva bazzicati per ripulirsi.   

L’immaginario da Amore Tossico viene superato da una lettura più consapevole dei fatti, una consapevolezza figlia dei tempi, sia chiaro. È molto più semplice oggi, a distanza di quarant’anni, riascoltare le parole del Tossico della Romanina — come giustamente fa Valerio Mattioli nel bellissimo Remoria. La città invertita — e trarne insegnamenti di carattere antropologico, rispetto a ieri, quando, in piena emergenza eroina, la tossicodipendenza veniva categorizzata come peccato umano e non come vera e propria malattia.

Serviva allora la Netflix migliore, quella di Last Dance e Wild, Wild Country, per rimettere assieme del materiale colpevolmente taciuto dalla TV di Stato, la quale da una parte mette a disposizione degli utenti, su RaiPlay, intere stagioni di programmi storici fondamentali per capire l’evoluzione del costume nel nostro paese, ma dall’altro continua a non dare i giusti strumenti di comprensione per affrontare argomenti cruciali del nostro passato (e del nostro presente!).
Dunque, tra i tanti, il merito più grande di Sanpa è forse quello di raccontare gli anni dell’eroina senza cadere mai nella demagogia del decoro, senza necessariamente dividere l’opinione pubblica in tifoserie pronte a manganellare pur di far valere la propria tesi. Di arene per scannarci, purtroppo, ne siamo ancora pieni.

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