Tutte le strade portano all’indie: come è cambiata la scena romana

Tutte le strade portano all’indie: come è cambiata la scena romana
Fonte: Agi

Quante volte abbiamo pensato a Roma come la bella città eterna che ci fa impazzire, bloccati nel traffico del GRA in un piovoso mercoledì di novembre? E quante volte, in attesa della metro B che non arrivava mai, ne abbiamo maledetto l’efficienza insieme al disordine del centro? Oppure di venerdì sera in fila sul Lungotevere o al Pigneto, cercando un parcheggio che non si sarebbe mai palesato? Tutte queste volte però avevamo le cuffiette nelle orecchie o lo stereo della macchina acceso e ascoltavamo musica per ingannare le attese infinite che solo Roma sa regalare. Molti di noi forse ascoltavano pop, rap o rock ma altrettanti consumavano tracce di musica indie italiana, anzi romana.

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Fonte: profilo twitter @sampietrino

La musica indie-pendente: le prime generazioni

Se parliamo di indie contemporaneo infatti, allora dobbiamo parlare di Roma. Da Piazza Venezia a Corso Trieste, dal Monk all’Ex Dogana, Roma è stata scenario delle ultime tendenze musicali, di moda, locali e stile di vita. Tutto si è adeguato all’ indie e alle sue diverse inclinazioni: quello pop dei TheGiornalisti e di Gazzelle, quello rap di Coez, quello autorale di Franco 126 o quello nella sua declinazione pura, di Niccolò Contessa. Ma facciamo un passo indietro. La parola indie, non identifica in realtà un genere, ma indica tutti quegli autori che non sono rappresentati da grandi case discografiche e che sono legati alla produzione indipendente. Tuttavia, col tempo, il termine è stato associato a un genere musicale specifico. Possiamo parlare di tre generazioni, forse quattro, di indie italiano: dalla fine degli anni Novanta in poi tra i gruppi che introducono il loro indie rock, seppur portatore di tendenze alternative, ci sono soprattutto i C.S.I. (Consorzio Suonatori Indipendenti) con Giovanni Lindo Ferretti a tirarne le redini; gli Afterhours grazie al disco d’esordio in lingua italiana – dopo “Germi” (1995) – “Hai paura del buio?” (1997) e i Marlene Kuntz, con il loro “Catartica” (1994). Il nuovo millennio si apre con l’arrivo di una seconda generazione, un po’ meno post-grunge della prima ma non meno alternativa. Segnano il 2000 i Baustelle, con il “Sussidiario illustrato della giovinezza” e i Tre Allegri Ragazzi Morti che nello stesso anno pubblicano – attraverso l’etichetta personale La Tempesta Dischi – “Il principe in bicicletta”, un breve EP scaricabile e acquistabile solo dal sito ufficiale del gruppo. La Tempesta Dischi pubblicherà lavori di altri artisti del momento, tra cui Il Teatro degli Orrori, Giorgio Canali e Le Luci della Centrale Elettrica. Questi ultimi marcano il passaggio a un indie più attuale, generazionale, che si limita a raccontare “canzoni d’amore e di merda dalla provincia”, come lo Stesso Vasco Brondi le definisce. Assieme a loro gli Zen Circus con “Andate tutti affanculo” (2009), un album che si pone a metà tra rancore e ironia.

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Fonte: Rolling Stone

L’ultimo decennio romano

Nel 2010 comincia l’attività sul web di un giovane Niccolò Contessa che carica su SoundCloud i brani “I pariolini di 18 anni” e “Wes Anderson”, solo un anno dopo pubblica con grande successo “Il sorprendente album d’esordio de I Cani”, nome della band. Partirà da Roma, precisamente al Circolo degli Artisti, Il sorprendente tour d’esordio de I Cani durante il quale il cantante manterrà l’anonimato, esibendosi con una busta di carta in testa. La musica di Contessa è pervasa da una schietta malinconia di chi accetta di stare al mondo affrontando il vuoto di un conflitto generazionale che sembra non finire mai. Nel 2015 Contessa collabora con un altro giovane personaggio del mondo musicale romano: Edoardo D’Erme, in arte Calcutta. Insieme producono “Mainstream”, album capofila dell’ultima generazione indie: stavolta sono testi semplici e poco ricercati quelli di Calcutta, di chi non sa bene come esprimere un disagio interiore che si palesa in ogni cosa. Intanto anche il gruppo dell’ignoto Tommaso Paradiso inizia ad avere i primi consensi, con “Vol. 1” (2011) e “Fuoricampo” (2014). Le sonorità anni ’80 e i testi incentrati su storie d’amore passeggere dei Thegiornalisti danno il via a un indie pop decisamente meno impegnato di quello dei predecessori. Un’acustica più sommessa è poi sicuramente quella di Franco 126, romano doc cresciuto a Trastevere che, dopo il debutto pop-rap del 2017 con Carl Brave, abbandona l’Auto Tune e vira sulla canzone d’autore indie pop, come dimostra l’album “Stanza singola” (2019). Il panorama indie romano non si esaurisce certo qui, potremmo citare ancora i versi semplici e un po’ amari di Gazzelle (“Superbattito”, 2017); il mondo un po’ onirico e mesto di Galeffi (Scudetto, 2017); la musica vintage e spensierata di MOX (“Figurati l’amore”, 2018); i testi sinceri e concreti di Fulminacci (“La vita veramente”, 2019). Una scena viva e sempre attiva quella della musica indie che è ormai la lingua dei ventenni di oggi. Ma non è un caso che sia Roma a fare da background ai nuovi artisti. Non è forse la stessa sensazione, quella che si prova nel guardare i sampietrini illuminati dal tramonto che cala sulle vie del centro e nell’ascoltare un pezzo di Contessa, Coez, Gazzelle o Franchino? Un misto di nostalgia e malinconia che ci fa quasi sorridere mentre nelle cuffiette qualcuno canta ancora: “mi perdo dentro Mamma Roma, buonanotte Mamma Roma, è tutto apposto Mamma Roma”.

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