Ungaletti è tornato con San Lorenzo: l’arte prima di tutto

Ungaletti è tornato con San Lorenzo: l’arte prima di tutto
Foto scattata da Andrée Scalone

È agosto, a Roma fa molto caldo. È uno di quei pomeriggi in cui sei chiuso a casa accanto a un ventilatore e solo un po’ di buona musica può farti dimenticare l’afa. Sento il mio capo redattore, tre-quattro messaggi su Whatsapp e mi dice: “ascolta San Lorenzo di Ungaletti”. Dieci minuti dopo la canzone veniva riprodotta in loop e gli rispondo: “potente, voglio intervistarlo”.

Ed eccoci qui. Ciao Ungaletti, possiamo dirlo? San Lorenzo è una bomba. Sound, testo, un pezzo che spacca. Estivo e riflessivo, come lo presenti ai nostri lettori?

Ciao! Innanzitutto grazie, felicissimo che ti sia arrivato. San Lorenzo è un pezzo nato in una notte d’estate e racconta la storia di due amanti che si incontrano a Roma nella notte di San Lorenzo e, vagando per la città, vivono determinate esperienze. Non sappiamo molto di questi due personaggi, se non che hanno un rapporto simbiotico con la città tanto che loro stessi, l’io narrante, gli eventi appartengono a Roma, la compongono. Quindi la canzone è nata proprio da quest’idea, dall’immagine della città, delle sue persone, suscitata dal cartello ‘Chiuso per ferie’ richiamato nel primo verso, da cui è partito tutto lo sviluppo del brano.

San Lorenzo è la notte delle stelle cadenti, la notte dei desideri. So che i desideri non si svelano, ma a noi di Dreki – Fiori di Cemento qualcosina puoi dircela. Con l’uscita del nuovo singolo, il grande lavoro che stai facendo, cosa ti auguri nel prossimo futuro?

Nel prossimo futuro mi auguro di riuscire a scrivere testi che emozionino le persone e che arrivino davvero, soprattutto creare storie in grado di far sognare… penso che il compito dell’arte sia in primis quello di strappare le persone alla banalità del quotidiano, quindi quello che mi auguro sempre e nel prossimo futuro è di riuscire ad evadere in maniera positiva e costruttiva, e dare attraverso la musica un’emozione alternativa al grigiore, alla noia, alla tristezza che spesso accompagnano i nostri giorni. Non ho mai pensato che con l’arte si possa essere dei paladini, ovvero come scrive e canta Guccini nell’Avvelenata: “non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia”. Penso che il compito dell’arte sia quello di indurre a sognare, e sognare, in fondo, è l’atto più rivoluzionario che ci sia.

Ho ascoltato i tuoi pezzi, dai primi agli ultimi. Da quello che facevi con Leali Divento al tuo album Itaca con dentro il Visconte Dimezzato, Icaro, L’eco del silenzio. È evidente che c’è stato un cambiamento, una crescita nella tua musica. Ma alla base della tua poetica come artista mi sembra sia rimasto un sincero amore per la scrittura e l’introspezione.

Si, il nucleo primario rimane sempre lo stesso… ed è fatto sempre delle stesse cose: letteratura, filosofia, cinema…  passioni che mi accompagnano prima dell’essere artista e, addirittura, fondano il mio essere artista. La mia poetica si sta sviluppando in maniera più matura, però alla base ci sono sempre le stesse cose, cioè una ricerca instancabile e insaziabile di risposte, o ancora meglio il coraggio esistenziale di porsi le domande davvero fondamentali.

Si percepisce. Prima hai citato Guccini. Ascoltandoti si capisce che c’è un forte legame con la letteratura, alcuni personaggi letterari, cantautori, musicisti. Quali incontri artistici ritieni siano stati più determinanti per la tua crescita personale?

A livello cantautorale, direi proprio Guccini. Forse l’incontro più segnante a livello di vocazione artistica. Mi ricordo avevo 5/6 anni e al tempo era da poco uscita Cyrano. C’erano ancora le cassette, e io la ascoltavo in loop. Mio padre metteva la cassetta, finiva la canzone e io andavo lì a rigirarla. Guccini per me è stato un maestro. Devo dire che personalmente sono nato prima coi cantautori che con il rap. Guccini mi ha accompagnato sempre, insieme a lui De André, Battisti e Mogol. Nel mondo rap non possono non citare quanto mi abbia influenzato Eminem, per la mia generazione lui è stato un fenomeno, il ragazzo bianco di Detroit che rappava. Ce ne sono tanti altri: Fibra, i Club Dogo, Marracash, Noyz, gli Articolo 31, i Gemelli DiVersi… l’anno in cui uscì Fuego avevo dieci anni e sono impazzito. Ma sopra tutti forse direi sempre Guccini e De André. Per la letteratura servirebbe invece un’intervista a parte (ride, ndr).

De André ha fatto passare un po’ prima di iniziare a cantare le sue canzoni, inizialmente era un autore più vicino ad un approccio poetico che musicale. Forse anche per te il forte legame con la scrittura poteva essere un ostacolo, ma l’Ungaletti scrittore e l’Ungaletti musicista si sono uniti perfettamente in San Lorenzo. Qual è la ricetta, la combinazione giusta degli elementi che ha generato questo grande pezzo? Sono rimasto attratto dalle metafore che usi, dalle immagini suggestive che riesce a creare e da come tutto questo si sposi benissimo con la base fino ad esplodere nel ritornello.

Ti ringrazio per i complimenti su San Lorenzo. Sono contento che tu abbia notato questo connubio particolare tra testo e musica. Rispetto a quale sia l’elemento, a come chimicamente si raggiunga un risultato del genere, non credo di essere in grado di dirlo. Sicuramente per me è stato difficile e non avrei una risposta. Una cosa mi sento di dire: in questi anni ho cercato sempre di porre la semplicità e l’immediatezza alla base di ogni mio testo. Però questi due aspetti non devono mai essere squilibrati e non devono mai andare a discapito dei vari livelli di profondità e dei vari livelli di lettura. Costruendo un pezzo in questo modo è come se si scolpisse una sorta di iceberg… uno può apprezzare la punta, ma anche, se è curioso, andare a vedere cosa c’è sotto.

Sei rimasto sempre fedele a te stesso, ma si può dire che col nuovo singolo hai fatto un upgrade. Perché sei ancora giovane ma hai già avuto tre vite. Hai iniziato, la tua musica è sempre andata, poi hai scelto di prenderti una pausa. Prima era come se avessi avuto le pile scariche, ora è come se avessi dieci dischi dentro. L’hai detto tu mentre chiacchieravamo, cosa dobbiamo aspettarci?

Sicuramente tante rime, tante canzoni. Sono stato fermo per molto tempo e ho represso questo mio lato di espressione artistica, perché dovevo laurearmi e sempre per citare Guccini o, meglio mia madre che, citando Guccini, quando mi vedeva preso dalle rime e dalle canzoni, canticchiava: “mia madre in fondo aveva anche ragione a dir che un laureato vale più di un cantante” (ride, ndr).

Eppure, la distanza dalla musica l’hai sentita così forte da essere costretto a riavvicinarti.

Togliendo tante paure e tante incertezze, ho capito che è un peccato enorme sprecare le proprie potenzialità e non provarci. Ora voglio provarci davvero, non che prima non lo facessi, ma ero molto disilluso. Con l’età è arrivata, attraverso varie esperienze molto profonde di carattere esistenziale, intellettuale, spirituale, mistico, una maggiore sicurezza. Mi sono liberato da tante sovrastrutture che mi ingabbiavano e la musica e la scrittura mi hanno aiutato molto.

Il viaggio è per il gusto del viaggio, per amore dell’arte. Non ti poni obiettivi, vuoi fare musica che ti piace e che possa regalare emozioni alle persone. L’artista vero, quindi, è quello che persegue la propria identità, qual è la tua? Cosa vedi al centro dei tuoi prossimi progetti?

La ricerca della bellezza in tutte le sue forme. Dostoevskij scriveva nell’Idiota che “la bellezza salverà il mondo”… e la bellezza credo sia un po’ come la felicità che, come si dice in Into the Wild, è reale solo se condivisa. L’arte, la bellezza e la musica esistono solo nell’incontro tra l’artista e il fruitore, perché riconoscere la bellezza significa darle senso.

Che immersione nella musica! Che storia! Dal doppiare Holly e Benji, al palco con Primo e Tormento; ora sei tornato con le stelle impazzite di San Lorenzo. Grandissimo Ungaletti, in bocca al lupo! A presto.

Grazie a te, a presto!

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