Una serata di musica tra Italia e Svizzera
Dopo un lungo silenzio la musica è tornata a vibrare tra le pareti eleganti dell’ambasciata svizzera in Italia. Non si è trattato soltanto di un concerto, ma di un gesto simbolico, un incontro delicato tra due Paesi che condividono molto più di quanto si possa pensare: economia, scienza, investimenti, e perfino una lingua che a noi italiani appare naturale, ma che per uno svizzero è spesso frutto di studio e scelta. Eppure, tra tutte queste connessioni, nessuna è potente quanto la musica, capace di oltrepassare ogni confine con una naturalezza disarmante.
La serata ha avuto un’impronta profondamente italiana, ma con una elegante eccezione: una variazione dell’inno svizzero, composta appositamente per l’occasione, eseguita con rispetto e sensibilità. Protagonisti di questo dialogo musicale sono stati il pianista Emanuele Stracchi e il violoncellista Alessandro Guaitolini. Stracchi, figura poliedrica (pianista, compositore e direttore) porta con sé una formazione solida maturata al Conservatorio di Santa Cecilia, arricchita da studi filosofici e da riconoscimenti internazionali, tra cui il primo premio alla New York Global Music Competition 2023. Guaitolini, romano, ha iniziato il suo percorso musicale da giovanissimo, distinguendosi fino al diploma con il massimo dei voti nello stesso conservatorio. Insieme, i due artisti hanno dimostrato una sintonia profonda, capace di trasformare ogni brano in un racconto.
Il concerto nasce all’interno del progetto di Roma Orchestra, una realtà ormai consolidata nel panorama musicale italiano, che ha saputo esportare il proprio lavoro anche all’estero, fino all’Arabia Saudita. Il programma proposto ruotava attorno alla figura di Ennio Morricone, creando un filo conduttore emotivo fatto di immagini e memoria. Non era necessario vedere: bastava chiudere gli occhi per ritrovarsi immersi in scene cinematografiche indelebili.
Dalle note evocative di “Once Upon a Time in America” e “Il buono, il brutto, il cattivo”, fino alla struggente “Playing Love” da The Legend of 1900, ogni brano apriva uno spazio interiore, un luogo condiviso tra ascoltatore e interprete. Accanto a Morricone, trovavano spazio anche altre voci significative: la spiritualità di Ernest Bloch con “Prayer”, la dolcezza del tema di Nino Rota da Romeo and Juliet, e la delicatezza di “Dolce Sentire” di Riz Ortolani.
Quella tenutasi ieri sera non è stata soltanto una celebrazione musicale, ma un momento di autentica connessione culturale. In un’epoca in cui le relazioni internazionali sono spesso dominate da numeri e strategie, questa serata ha ricordato una verità semplice e potente: a volte, sono le note di un pianoforte e il timbro caldo di un violoncello a costruire i ponti più solidi.




