Ranking Universitari, cosa ci dicono veramente?

Ranking Universitari, cosa ci dicono veramente?

E’ di nuovo quel periodo dell’anno in cui QS, l’organizzazione che analizza e compara il livello degli atenei universitari di tutto il mondo, pubblica le proprie graduatorie generando commenti contrastanti tra accademici ed esperti. La sesta edizione dei QS World University Rankings per materie (potete trovarla qui) infatti sottolinea un netto miglioramento delle università Italiane in materie specifiche, con il Politecnico di Milano e la Bocconi che si classificano ai vertici mondiali rispettivamente per arte e business. Contrariamente, nella classifica generale pubblicata sempre dallo stesso ente i risultati sono decisamente meno rosei con solo 16 università italiane tra le migliori 200 al mondo, e con la prima università del Bel Paese, la Normale di Pisa, che si classifica solamente cinquantesima.

Le graduatorie pubblicate ogni anno da QS storicamente non sorridono all’Italia, con i nostri atenei che difficilmente riescono a posizionarsi tra i primi trenta al mondo e a competere con gran parte delle istituzioni europee; sorge quindi spontaneo chiedersi se le nostre università siano effettivamente così peggiori da giustificare delle graduatorie cosi umilianti. Per rispondere a tale domanda è necessario esaminare i parametri presi in considerazione da QS nello stilare la propria classifica.

Le classifiche di QS analizzano una diversa serie di fattori con l’obbiettivo di avere una valutazione il più possibile vicina alla realtà e capace di riflettere diversi aspetti di un’università. Il 40% del voto finale viene determinato da un sondaggio in cui viene richiesto ad accademici di tutto il mondo quali siano le migliori università nel loro settore, il 20% dipende dal rapporto tra il numero di professori e assistenti ed il numero degli studenti, rapporto che dovrebbe testimoniare l’impegno e lo sforzo che un ateneo dedica all’istruzione. Un ulteriore 20% viene basato sul rapporto tra il numero di ricercatori ed il numero di citazioni che le ricerche pubblicate dall’università ottengono. Il 10% del possibile voto finale che un’università ottiene viene invece determinato dall’opinione che i datori di lavoro di oltre 130 paesi hanno dell’ateneo. Infine il 5% viene stabilito in base al rapporto tra studenti nazionali ed internazionali e l’ultimo 5% dal rapporto tra professori ed assistenti nazionali ed internazionali.

Guardando questi parametri i risultati delle nostre università sembrano più comprensibili, il numero di professori e studenti internazionali nei nostri atenei, complice la barriera linguistica, è tra i più bassi al mondo e ugualmente il rapporto tra numero di membri dello ‘staff d’insegnamento’ e studenti è pietoso, come testimoniano i capannoni di giurisprudenza de La Sapienza. Infine, politiche becere e dannose hanno fatto sì che in Italia si investisse sempre meno sulla ricerca con tagli scriteriati che hanno severamente danneggiato la reputazione e l’efficienza del nostro mondo accademico.

Nonostante ciò è importante che queste graduatorie non vengano accantonate e bollate come l’ennesima discutibile trovata inglese, per quanto infatti il valore di alcuni di questi parametri possa essere contestabile essi rappresentano sicuramente un valido approccio per analizzare dati non empirici e per effettuare una concreta comparazione tra università di paesi differenti. Per restituire lustro e dignità al paese in cui l’università è stata inventata l’Italia ha bisogno di colmare quel gap che si è andato a creare con il resto del mondo, di reinvestire sulla ricerca e fare in modo che i nostri atenei tornino ad essere considerati centri d’eccellenza internazionali.

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