Il derby di un emigrante

Il derby di un emigrante

Sono un italiano e un romano all’estero, come stereotipo vuole, dopo la mamma e la pasta la cosa che più mi manca è il pallone. Nei miei vari soggiorni all’estero ho fatto fronte alle peripezie più inimmaginabili per poter vedere una semplice partita di serie A, in ordine sparso ci sono state sveglie alle 6 in Nord America per vedere l’anticipo domenicale di mezzogiorno, parecchi pub girati in tutta l’Inghilterra alla ricerca di qualcuno che trasmettesse una partita di mezza classifica italiana e numerosi casi in cui durante quei 90 minuti si instaurava una complicità fraterna con un compatriota sconosciuto, colpevole della stessa passione. Le gioie, la frustrazione e le imprecazioni quando un improbabile link di streaming con telecronaca in uzbeko saltava durante un’azione saliente probabilmente riecheggiano tuttora nelle orecchie dei miei coinquilini stranieri che sicuramente mi avranno bollato come il più classico dei cliché italici.

Nonostante la relazione a distanza, il mio amore per la mia squadra non è mai scemato, anzi, ovunque sono andato ho fatto del proselitismo, esportando un po’ di tifo e di romanità tra le persone più improbabili. Ogni qual volta i miei amici stranieri si vantavano dei trofei e dei nomi altisonanti dei propri club li invitavo a vedere il derby: dopo dieci minuti passati ad esaminare cori e fumogeni anche loro iniziavano a tremare contagiati dal mio nervosismo, dopo venti minuti erano diventati tifosi, in quello che visto dall’esterno sicuramente sarebbe potuto sembrare l’inizio di una delle più classiche barzellette con protagonisti un italiano e degli stranieri.

In giornate come teoricamente sarebbe dovuta essere quella di ieri, quando l’olimpico si colora a festa per la stracittadina più sentita al mondo, anche il più puntiglioso degli esteti calcistici riusciva a soprassedere su un contrasto tra Talamonti e Cufrè, stregato dalla magica atmosfera capitolina. La cornice di non-pubblico che invece ieri ha caratterizzato lo stadio mi ha fatto male in quanto tifoso, in qualità di romano e soprattutto come italiano.

Per la prima volta da quando ho visto un pallone rotolare, il fatto che fossi Romanista o Laziale ha assunto minor importanza, ieri il derby e tutto quello che rappresenta per un cittadino della capitale hanno perso parte di quella magia di cui tanto andavo orgoglioso in giro per il mondo, quando alle battute di scherno di chi mi prendeva in giro per lo scarno palmares della mia squadra rispondevo con i decibel di un video della curva, anima pulsante di ciò che resta della Caput Mundi.

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