Dimmi quanto guadagni e ti dirò se puoi restare

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UK border control

Il Regno Unito, storicamente terra di accoglienza ed ospitalità, isola felice per chiunque decidesse di lasciare il proprio paese alla ricerca di nuove prospettive ed opportunità, negli ultimi anni sembra aver cambiato idea sulle politiche di immigrazione — come dimostra l’accordo raggiunto da Cameron relativo all’immigrazione dagli stati membri dell’Unione Europea — e si appresta ad adottare criteri di ammissione sempre più rigidi, molto simili a quelli di altri paesi del Commonwealth. A partire dal 6 Aprile, infatti, tutti i lavoratori qualificati provenienti da paesi al di fuori dell’Unione Europea che hanno abitato in Gran Bretagna per meno di 10 anni dovranno guadagnare almeno £35000 all’anno per potercisi stabilire permanentemente.

Nonostante sia stimato che l’impatto di questa nuova norma avrà, almeno in un primo momento, riscontri fortemente negativi sull’economia britannica con perdite che secondo l’Home Office dovrebbero aggirarsi tra i 170 e i 180 milioni, il governo ha difeso tale provvedimento sostenendo che nel recente passato troppe multinazionali hanno preferito assumere immigrati extracomunitari piuttosto che formare i lavoratori britannici, discriminando così contro i cittadini del paese in cui le compagnie operano. La risposta dei partiti di opposizione non si è fatta attendere con Laburisti, Verdi ed Indipendentisti Scozzesi che hanno aspramente criticato tale provvedimento sottolineando come il contributo che una persona da alla società non sia riducibile ad un numero seguito da tre zeri ma abbia bensì componenti più complesse che difficilmente possono essere messe nere su bianco su una richiesta di visto.

Mentre il dibattito politica continua con petizioni e proteste che prendono vita in ogni angolo del paese migliaia di cittadini extraeuropei si apprestano a vivere questo personalissimo dramma, entro tre settimane infatti, nel caso in cui non riuscissero a trovare un impiego con il suddetto salario si vedranno costretti a dover far ritorno nei propri paesi d’origine andando in contro a quella che i media britannici definiscono una vera e propria deportazione.

Nel raccontare questa nuova norma però, ciò che colpisce è la più ampia prospettiva—i Britannici direbbero the ‘broader picture’—del radicale cambiamento che prevale nel paese della regina. Nell’ultimo anno il Regno Unito ha prima detto no alle quote di rifugiati siriani giustificando il rifiuto con ragioni di sicurezza, recentemente ha ricontrattato il suo ruolo all’interno dell’Unione Europea spinta del desiderio di ridurre gli immigrati europei visti come concorrenza sleale nei lavori di manodopera ed infine si appresta a rispedire nei propri paesi persone che per anni hanno contribuito al welfare con tasse e spese. Che cosa dobbiamo aspettarci da un paese che si sta progressivamente chiudendo a riccio e che dopo anni di accoglienza storce il naso a chi non è cresciuto a ‘pie and pudding’? L’esito del referendum di giugno riguardo la permanenza del Regno Unito nell’unione Europea potrebbe darci una risposta.

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