L’Incubo del “Politically correct”

L’Incubo del “Politically correct”

Negli ultimi anni il termine “politically correct” è stato sempre più frequentemente utilizzato da mass media e organi di stampa, entrando così a far parte del nostro linguaggio comune. L’espressione ‘politicamente corretto’, che vuole definire una linea di opinione di estrema attenzione al rispetto generale, priva di ogni tipo di pregiudizio razziale, etnico, religioso, di genere e di orientamento sessuale, è stata infatti abbracciata da numerose persone con l’obbiettivo di contrapporsi ad atteggiamenti sociali considerati offensivi verso determinate categorie di persone. Per quanto però tale linea di pensiero fosse basata su nobili principi, negli ultimi anni nel mondo anglosassone e anglofono il “politically correct” ha raggiunto estremi che, per certi versi, rasentano l’irrazionalità.

Tralasciando infatti l’antitesi che ormai ha raggiunto anche l’Italia tra chi augura “Buon Natale” e chi si limita ad un più generico “Buone feste”, determinati situazioni verificatesi nelle università britanniche sfiorano la paranoia. A settembre è capitato che all’Università di Manchester il sindacato degli studenti (la rappresentanza studentesca) vietasse di travestirsi da nativi americani per una festa svoltasi all’interno dell’università in quanto tale travestimento sarebbe potuto essere offensivo nei confronti di una popolazione che durante la colonizzazione degli Stati Uniti è stato fortemente penalizzata dall’espansionismo Europeo. Analogamente, in un’altra università i corsi di Yoga sono stati rimossi dalle attività sportive offerte dall’ateneo poiché secondo alcuni studenti si trattava di un’eccessiva semplificazione di una cultura che va ben oltre il semplice esercizio fisico. Avvenimenti di questo genere però non si limitano esclusivamente ad attività extracurriculari, come testimoniano i racconti di alcuni docenti a cui è stato chiesto di evitare l’utilizzo del verbo “violare” nelle proprie lezioni perché avrebbe potuto risvegliare sentimenti di dolore per chi fosse stato vittima di violenze sessuali.

Avvenimenti di questo genere dimostrano come il “politically correct” abbia raggiunto livelli di esasperazione senza precedenti, creando situazioni in cui per evitare di offendere qualcuno la stessa libertà di espressione viene negata. Inoltre, in molti casi il politicamente corretto ha dato vita ad una forma di ipocrisia istituzionale, focalizzando l’attenzione sulla forma linguistica senza intervenire sostanzialmente sul problema. In Italia ad esempio abbiamo assistito ad una vera e propria trasformazione linguistica per definire coloro che un tempo venivano chiamati handicappati, successivamente divenuti disabili ed infine diversamente abili senza però che a tale evoluzione linguistica corrispondesse una reale rimozione delle barriere architettoniche. Se da una parte quindi è vero che il tentativo di evitare qualsiasi appellativo offensivo che potrebbe in qualche modo ferire i sentimenti altrui sia lodevole, è altrettanto importante ricordare come alcuni isterismi linguistici siano fini a sè stessi senza alcun reale giovamento per la categoria in questione. Ben venga dunque il “politically correct” ma senza raggiungere gli esasperati livelli degli anglosassoni.

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