Laurea 3+2, è veramente cambiato qualcosa?

Laurea 3+2, è veramente cambiato qualcosa?

Le recenti dichiarazioni del ministro del lavoro Poletti e la pubblicazione dell’edizione 2015 di “Education at a Glance”, la mappatura dei sistemi educativi di tutto il mondo effettuata ogni anno dall’Ocse, riapre la consueta disputa tra sostenitori e detrattori del sistema universitario italiano. I dati relativi all’istruzione terziaria riportano infatti l’Italia notevolmente indietro rispetto agli altri stati membri, con il tasso di laurea atteso oggi per i 25-34enni appena del 34% contro il 50% della media Ocse. Inoltre, solo il 62% di coloro tra i 25 e i 34 anni che hanno conseguito una laurea risulta occupato, con il paradosso di un tasso di occupazione più basso tra i laureati rispetto a chi possiede “solamente” un diploma di scuola superiore.

Tralasciando però questi allarmanti risultati, il rapporto Ocse ci permette di analizzare il “processo di Bologna” —la suddivisione a livello internazionale dei percorsi di laurea in due cicli—in un’ottica europea e, a sedici anni dalla sua introduzione, di tracciare un bilancio dell’effettiva riuscita del sistema 3+2 in Italia. Le motivazioni che nel 1999 portarono alla suddivisione delle lauree a ciclo unico in due percorsi risiedono nel tentativo di differenziare il percorso formativo, con la laurea triennale volta ad una professionalizzazione dello studente e la successiva laurea magistrale orientata ad un’istruzione più teorica. Tale riforma doveva infatti avvicinare l’università italiana al mondo del lavoro cercando di limitare l’eccesso di educazione teorica tramite l’inserimento di stage formativi e percorsi d’azienda all’interno dei percorsi di studi.

Per quanto l’Italia presenti un numero percentuale di laureti magistrali superiore sia alla media Ocse che a quella Europea (15% tra i ragazzi di età compresa tra 25 e 34 anni), il parziale fallimento del sistema 3+2 è però evidenziato dal ristretto numero di universitari che decide di terminare il proprio percorso formativo dopo la laurea triennale (solo il 9% rispetto al 21% di media dei paesi Ocse). Inoltre i dati relativi all’occupazione riportano come solo il 68% di coloro che ottengono un titolo di laurea breve riesca ad inserirsi con successo nel mondo del lavoro rispetto all’ 80% di media Europea. La domanda sorge quindi spontanea: Perché all’estero gli studenti riescono a trovare lavoro con un titolo di laurea triennale mentre da noi sono “obbligati” a proseguire con la magistrale?

In qualità di studente italiano in un’università Inglese devo ammettere che una delle cose che più mi ha colpito del sistema scolastico anglosassone è lo stretto numero di studenti che decide di continuare gli studi dopo la laurea triennale; anzi, in alcuni ambiti e settori il proseguimento degli studi viene visto come un deterrente e apertamente sconsigliato. Ciò è determinato da percorsi di laurea triennale che, anche in settori estremamente teorici, offrono continui contatti con il mondo del lavoro e che spingono lo studente a pensare all’università come ad un trampolino di lancio per una vita professionale di successo. Gli studenti sono fortemente incoraggiati, ed in alcuni casi obbligati, a prender parte a stage estivi (nel Regno Unito la sessione d’esame termina a giugno) volti a migliorare le competenze pratiche dello studente e a costruire un networking lavorativo. Inoltre durante l’anno vi è una maniacale ossessione ad implementare il curriculum vitae con attività di ogni sorta che rendono l’assunzione di un universitario più appetibile per i datori di lavoro.

Sicuramente i dati riportati dall’Ocse devono essere interpretati con cautela, ritenere infatti che la migliore preparazione teorica degli studenti italiani sia un male sarebbe assurdo per il valore intrinseco che l’istruzione presenta di per se. Inoltre nell’analizzare i dati relativi all’occupazione bisogna inserire il ristretto numero di assunzioni giovanili in un contesto socioeconomico che in un periodo di stagflazione ha visto un tasso di disoccupazione drammatico indipendentemente dall’età e dal livello di istruzione.

E’ però indiscutibile come, specialmente in un periodo del genere, avvicinare sin da subito i ragazzi al mondo del lavoro garantirebbe migliori prospettive agli studenti propiziando una più veloce ed efficace ripresa economica per tutto il paese.

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