Buena Vista Social Club. C’era una volta Cuba
Correva l’anno 1998, quando il regista tedesco Wim Wenders veniva stregato dal fascino dei racconti del musicista Ry Cooder, suo collaboratore in occasione di “Paris, Texas” e “La fine della violenza”.
Cooder raccontava di voci ormai ultranovantenni che conservavano l’energia e la freschezza della gioventù con una naturalezza quasi disarmante. Di talenti, tecniche e tradizioni musicali che andavano incrociandosi nel corso dei decenni. E di vite iniziate prevalentemente nella miseria e nella povertà affrontate però con quella positività e resilienza tipiche di chi è abituato all’avversità.
In altre parole, Ry Cooder gli raccontò Cuba. E Wenders volle raccontarla anche a noi.
Raccontare un paese
“Buena Vista Social Club” documenta la realizzazione di un album di straordinario successo internazionale da parte di un complesso composto da musicisti leggendari per lo più ritiratisi a vita privata. Sia il disco che la band portano lo stesso nome, un nome ripreso a propria volta da uno storico locale di L’Avana nel quale la musica popolare di Cuba trovò uno dei suoi terreni più fertili.
Nel documentario, la realizzazione dell’album si intreccia con le storie personali dei singoli membri del complesso. Da coloro per i quali la musica è stata strumento di sopravvivenza, come Ibrahim Ferrer, con la sua storia di giovane orfano cresciuto per le strade di L’Avana. A chi in un ambiente di musicisti ci era già nato e cresciuto come Orlando “Cachaìto” Lopez. L’amore per la vita, mai esauritosi nonostante il tempo trascorso, di Compay Segundo. Il tutto filtrato dagli occhi occidentali di Ry Cooder e suo figlio Joachim. Occhi che di questo mondo colgono il fascino nonostante, e forse proprio in parte perché, non possono capirlo fino in fondo.
E questo Wenders lo ha capito benissimo. Certi mondi non possono essere spiegati a chi non li ha vissuti. Solo mostrati. Per questo in Buena Vista Social Club non ci sono spiegazioni, introduzioni o declamazioni da ascoltare, atte a presentarci il contesto che ci verrà raccontato. Si può solo essere immersi fin da subito in quel mondo esotico e multietnico, in cui la vita è scandita dal ritmo della guaracha e del son, e l’aria è colorata dal profumo del sigaro.
“Buena Vista Social Club” oggi
Questa però è una storia del 1998.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da allora. In quasi trent’anni cambiano mondi, contesti e nazioni. Buona parte delle persone coinvolte nel documentario non sono nemmeno più tra noi.
Qual è il senso di raccontare questa storia al pubblico odierno, oltre alla pura accademia?
Come tengono a ricordarci Giorgia Grossi, Igor Camilli, Marco Papacci e l’ambasciatore di Cuba Jorge Luis Cepero, intervenuti alla proiezione di “Buena Vista Social Club” presso il Cinema Farnese, oggi questo film rappresenta un piccolo, ma significativo contributo a mantenere in viva l’identità e la cultura del popolo cubano. Un popolo da sempre isolato, bistrattato e in costante crisi. Ma che nonostante, e forse anche proprio per questo, non perde occasione di rivelare la propria forza e resilienza.
Il cinema è un mezzo potente. Può intrattenere come istruire. Emozionare come arricchire. E perché no, qualche volta anche deludere. Ma il primo scopo di qualsiasi arte è creare una connessione. Una comunicazione tra gli esseri umani che vada oltre le semplici parole. E non c’è connessione più profonda della solidarietà tra i popoli.




