Gli armeni: un popolo antico segnato dalla storia

Gli armeni: un popolo antico segnato dalla storia

armeniIl prossimo 24 aprile verranno ricordati i cento anni del genocidio degli armeni. L’attesa per un evento così importante è molto alta perché rappresenterà un momento di ricordo e coesione per tutti gli Armeni nel mondo ma non solo: la vicenda è da sempre causa di tensioni tra governi, in primis tra quello turco ed azero e quello di Jerevan. Gli Armeni sono senza ombra di dubbio uno dei popoli più antichi e ricchi di storia al mondo, basti pensare che uno dei quattro quartieri nella Città Santa di di Gerusalemme è quello armeno. Da sempre stanziati nell’Anatolia meridionale hanno caratterizzato le vicende di quella regione fino alla rivoluzione dei giovani turchi, avvenuta ad inizio ventesimo secolo, che mise in pericolo la stessa sopravvivenza di questo popolo. Nel tentativo di costruire uno stato-nazione omogeneo e più possibile libero da influenze esterne, i rivoluzionari turchi tentarono di limitare il più possibile la presenza armena nella regione perché la vedevano come una testa di ponte all’influenza russa. Chiaramente per gli storici armeni la questione è ben diversa: si trattò di un genocidio, pianificato razionalmente con gli strumenti allora nascenti che hanno caratterizzato l’era moderna. In alcune nazioni questa vicenda storica è riconosciuta per legge e la sua negazione è punita penalmente: parliamo ad esempio della Francia dove c’è una forte presenza di armeni, quantificata in circa settecentomila persone. Anche il parlamento greco recentemente ha approvato un disegno di legge che renderà illegale il disconoscimento di diversi genocidi, incluso quello in questione, e un provvedimento simile è sulla scrivania inoltre del presidente degli USA, Obama. Ma il genocidio avvenuto cento anni fa non è solo una questione storica. In ballo ci sono anche alcuni importanti nodi della politica internazionale e gli interessi di diversi governi, come quello turco. Lo stato turco, erede di quell’Impero ottomano in cui furono commessi i crimini in questione, è da sempre in prima linea per scongiurare ogni riconoscimento storico che vada oltre ad una serie di battaglie finite molto male per la parte armena. Anche i governi succeduti nel tempo al potere in Azerbaijan paese impegnato in un conflitto congelato con l’Armenia per il territorio del Nagorno Karabakh seguono la stessa linea dei loro storici alleati turchi. Congiuntamente l’Azerbaijan e la Turchia sono più volte ricorsi a lobby e gruppi di pressione, con ingenti finanziamenti, e anche a pressioni diplomatiche molto forti, a testimonianza dell’importanza da loro attribuita alla questione: il governo italiano ad esempio ha evitato di esprimersi sul genocidio armeno, per non creare tensioni con Baku ed Ankara. Una posizione molto particolare è quella che ha caratterizzato i governi israeliani: la similitudine tra la Shoa e le vicende avvenute in Anatolia orientale nel secondo decennio del ventesimo secolo è chiara.

Nonostante questo i legami commerciali e geopolitici con l’ Azerbaijan hanno da sempre evitato ogni presa di posizione ufficiale da parte di Tel Aviv per non incrinare i rapporti con quello che viene considerata da buona parte della classe dirigente israeliana come il principale partner strategico nel mondo musulmano: è quindi necessario un silenzio ufficiale, sebbene l’opinione pubblica spinga verso la causa armena . Grande clamore invece hanno suscitato le dichiarazioni del Santo Padre in merito: una presa di posizione netta che ha portato la Chiesa Cattolica verso la condanna senza appello di quello che è stato secondo l’opinione del Vaticano un genocidio. Papa Francesco ha sottolineato la necessità di riconoscere quella che per lui è una verità di fatto smarcandosi da posizioni ambigue, sebbene questo abbia causato la reazione durissima di Ankara che ha parlato senza mezzi termini di errore storico e di una Chiesa “alleata del fronte del male”. Nel frattempo in Armenia non si aspettano certamente riconoscimenti dalle nazioni rivali ma puntano a conquistare la fiducia dell’opinione pubblica e quella dei governi che non hanno una posizione in merito. Il 24 aprile sarà una data molto importante per vedere se questo obiettivo sarà realizzabile.

di Dario Berardi
17 aprile 2015

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