Il Leviatano inquieto

Non ci sono sirene, non c’è una voce alla radio che interrompe le trasmissioni ma c’è una banca che smette di funzionare, un ospedale bloccato da un attacco informatico, un sito istituzionale irraggiungibile. Un tecnico parla di “disservizio”, un dirigente preferisce “temporanea interruzione”, la forma cambia ma la situazione rimane immobile. Nessuno pronuncia la parola guerra. Eppure, secondo Alessandro Curioni, è proprio lì, nascosta nella fragilità della normalità, che si gioca il conflitto del nostro tempo.
Da questa immagine parte Guerre diffuse. La dimensione cyber del conflitto contemporaneo, il nuovo saggio pubblicato da Mimesis nella collana “Le zone grigie”: 146 pagine che provano a mettere in discussione tutto ciò che davamo per scontato sul significato della parola “guerra”.
Due guerre, due logiche diverse
Il nodo del libro è la distinzione che Curioni traccia tra “guerra ibrida” e “guerra diffusa”. Non è un cambio di etichetta, ma di prospettiva. La prima conserva ancora una regia: uno Stato o un’organizzazione pianifica un’azione e la indirizza verso un obiettivo, mescolando strumenti militari, economici, informativi e digitali. È una guerra che si traveste, ma resta riconoscibile come tale, con pochi attori identificabili e un fine strategico definito. Anche quando non viene dichiarata apertamente, resta comunque leggibile come evento: qualcosa che a un certo punto inizia e che, prima o poi, si può anche chiudere volendo. Paragonabile a una tempesta improvvisa, evidente ma concentrata su obiettivi e settori specifici.
La guerra diffusa è tutt’altro paio di maniche. Il centro sparisce del tutto, e al suo posto si muove una massa di attori: Stati, aziende, reti criminali, piattaforme digitali, infrastrutture automatizzate, singoli individui che occupano lo stesso spazio, a volte agendo insieme, a volte senza nemmeno saperlo. Qui l’obiettivo strategico spesso manca (o così deve sembrare): gli effetti si producono anche senza un’intenzione esplicita alle spalle, e basta un’interruzione, un algoritmo mal calibrato o una vulnerabilità sfruttata da chissà chi per generare conseguenze politiche, economiche e sociali molto concrete. Non c’è una dichiarazione, non c’è una fine riconoscibile, e spesso non c’è nemmeno una notizia a segnalarla: mentre la guerra ibrida resta una tempesta, quella diffusa è un’umidità costante, che non si nota subito ma corrode lentamente tutto quello che tocca: infrastrutture, informazione, mercati, fiducia, identità, fino a diventare il rumore di fondo con cui conviviamo ogni giorno, ovunque, senza che sia più possibile circoscriverla a un obiettivo o a un settore preciso.
In una frase: la guerra ibrida ha ancora qualcuno al comando, anche se travestito da qualcos’altro, sembra la vittoria del caos ma sappiamo che quest’ultimo ha la sue regole ben precise. Quella diffusa no, è un effetto che nasce dal caos di troppi attori che agiscono nello stesso spazio, ed è per questo che è così difficile persino accorgersi che sta succedendo.
Chi controlla davvero le infrastrutture
Da qui Curioni allarga il discorso a un tema che attraversa tutto il libro: la sovranità. Per gran parte del Novecento lo Stato possedeva direttamente le infrastrutture essenziali, energia, trasporti, telecomunicazioni e quel possesso coincideva con il potere stesso. Oggi cloud, data center, satelliti e algoritmi appartengono sempre più spesso a soggetti privati, spesso multinazionali che operano ben oltre i confini nazionali. Lo Stato governa ancora, formalmente, ma su infrastrutture che non gli appartengono.
L’esempio scelto dall’autore è l’attacco ransomware alla Colonial Pipeline nel 2021: un’infrastruttura privata che, colpita, diventa nel giro di poche ore un problema di sicurezza nazionale, senza che venga toccato né un ministero né una caserma. Un server, non un obiettivo militare, basta a mandare sotto pressione un intero sistema ed assistere ad un derby già scritto tra la lentezza delle istituzioni contro la velocità dei sistemi.
Niente è davvero neutrale
Ogni algoritmo, scrive, incorpora una visione del mondo, decide cosa mostrare, cosa nascondere, cosa rendere semplice e cosa complicato. Da qui una tesi tanto provocatoria quanto coerente: chi scrive un algoritmo può oggi avere più potere di chi scrive una legge. Come afferma lo stesso Curioni, lo spazio cyber non dobbiamo leggerlo semplicemente come un “luogo digitale” ma come un infrastruttura di potere che attraversa lo spazio fisico lo riorganizza.
Il campo di battaglia della guerra diffusa, per Curioni, non è solo tecnologico ma cognitivo. Il bersaglio è la mente umana, esposta di continuo a fake news e deepfake che erodono la fiducia nelle fonti di informazione, alimentano il dubbio sistematico e finiscono per generare insicurezza e pessimismo.
Nelle pagine finali il ragionamento si sposta sul rapporto tra potere e consenso. Curioni descrive uno Stato che cambia natura: non più solo garante dell’ordine, ma gestore dell’incertezza, un potere che trova parte della propria legittimazione proprio nell’allarme costante. L’immagine è quella di un “Leviatano inquieto”. Cambia il concetto di guerra ma anche la pace, in questa cornice. La pace perde i contorni classici: non è più ciò che segue la guerra, ma una tregua fragile fatta di sanzioni, controlli digitali, pressioni economiche e conflitti che restano sempre appena sotto la soglia dello scontro armato.
Curioni non mette alla luce un manuale tecnico, ma un tentativo di aggiornare il linguaggio con cui parliamo di conflitto in un mondo iperconnesso.
La guerra diffusa raramente vince con la forza ma con la leva dell’asimmetria cognitiva: vince quando smettiamo di accorgerci che è già dentro la nostra quotidianità.





