“Riparare i torti” di Pino Cacucci
C’è un tipo di romanzo storico che si propone di illustrare un’epoca, e un altro tipo, più raro, che la usa come lente per guardare altrove, verso quello che ancora oggi chiamiamo, senza troppa convinzione, il libero arbitrio. Riparare i torti di Pino Cacucci (Mondadori editore), appartiene al secondo tipo. Parte da un episodio quasi dimenticato -una manciata di mercantili italiani bloccati nei porti messicani nell’estate del 1940, quando l’Italia entra in guerra e il Golfo del Messico si trasforma da rotta commerciale in trappola- e lo trasforma nel punto di osservazione ideale per una domanda che il romanzo pone senza mai formularla apertamente: cosa resta di un uomo quando gli si toglie la divisa, la bandiera, l’alibi dell’appartenenza?
Cacucci, che ha sempre avuto il dono di far coincidere l’avventura con l’inchiesta, costruisce la vicenda attorno a Furio, nostromo classe 1914, arruolato dai servizi messicani per indagare su una fabbrica di lavorazione del caffè nel Chiapas che si scoprirà legata, per vie di proprietà terriera, alla famiglia di Eva Braun. Un dettaglio che suona romanzesco e che invece rispecchia una realtà storica poco nota: l’esistenza in quella zona di grandi latifondisti tedeschi, cittadini messicani ma rimasti fedeli al nazismo.
Attorno a Furio si muove Amalia. Il romanzo qui cambia passo, come se l’autore avesse deciso di riservarle un trattamento diverso da quello concesso a tutti gli altri. Affascinante, sfuggente, capace di crudeltà: tre qualità che raramente convivono in pace nella narrativa d’avventura, dove la bellezza femminile tende a essere quasi sempre disarmata, offerta allo sguardo prima ancora che alla trama. Amalia sfugge a questa consuetudine. È un personaggio che il libro non spiega fino in fondo, così che il lettore, come Furio, debba ricostruirla per sottrazione. Amalia non è dunque la ricompensa sentimentale del protagonista; porta dentro di sé un passato di violenza che cerca ancora, faticosamente, di lasciarsi alle spalle, ed è dentro questo che nasce la sua relazione con Furio.
La costruzione narrativa alterna la voce dell’autore alle confessioni in prima persona dei personaggi, un mosaico che restituisce meno un racconto lineare che un coro; utile, questa scelta, perché il vero protagonista del libro non è tanto Furio quanto lo scarto tra l’ideologia dichiarata e la vita vissuta. D’altronde l’interesse dell’autore non è la psicologia individuale quanto la topografia morale di un momento storico in cui migliaia di persone comuni -marinai, non eroi – si sono trovate a dover scegliere da che parte stare. Gli equipaggi italiani, alle domande delle autorità messicane sulla loro fede fascista, rispondono con un’indifferenza che ha il sapore della sopravvivenza più che della resistenza politica: un “me ne frego” che non è più lo slogan del regime ma la sua parodia involontaria. È in questi scarti, tra la retorica di superficie e il cinismo di chi deve solo portare a casa la pelle, che Cacucci trova la materia migliore del romanzo, e la restituisce con un’ironia mai compiaciuta.
Il libro non rinuncia nemmeno a incursioni più propriamente saggistiche, come la ricostruzione, storicamente documentata, dell’uso di anfetamine tra i vertici militari della Wehrmacht, generali come Rommel, un dettaglio che spiega tanto la fulmineità di certe avanzate quanto la ferocia dei loro effetti collaterali sui civili. Sono pagine che rischierebbero, in mani meno accorte, di interrompere il flusso narrativo; qui invece si integrano, perché confermano l’idea di fondo del libro: che la Storia con la maiuscola sia fatta, quasi sempre, di piccole sostanze -chimiche, ideologiche, opportunistiche -che alterano il giudizio di chi la scrive sul campo.
Riparare i torti è una storia di marinai, funzionari, proprietari terrieri, donne e uomini che cercano soprattutto di continuare a vivere mentre le grandi ideologie pretendono di parlare anche a loro nome. Cacucci racconta tutto questo senza trasformare i personaggi in figure esemplari: lascia che siano le loro esitazioni, i compromessi e le decisioni quotidiane a definirli più delle appartenenze politiche. Forse il senso del titolo sta proprio qui; riparare i torti non significa correggere il passato, ma guardarlo con sufficiente attenzione da restituire spazio a vicende rimaste ai margini della memoria. I torti non si riparano cancellandoli, né riscrivendo il passato; si riparano, piuttosto, quando è ancora possibile, sottraendo all’oblio le vite che la Storia aveva relegato a margine e restituendo loro la complessità che meritano. È ciò che questo romanzo compie con naturalezza, ricordandoci che la letteratura continua a essere uno dei pochi luoghi in cui il tempo perduto può ancora trovare una forma di giustizia.



