Lo scacchiere dimenticato: quando la Prima guerra mondiale si combatteva tra steppe e bazar
C’è un’Asia che l’Occidente continua a non capire.
La studia, la cartografa, la divide in sfere d’influenza, ci manda i propri agenti migliori e poi la perde… sempre. Come se quella terra sterminata tra il Caspio e l’Hindu Kush avesse una sorta di allergia costitutiva nei confronti di chi si avvicina con la certezza di dominarla. Peter Hopkirk lo sapeva bene, e lo sapeva nel modo che conta davvero: con i piedi sulla polvere di quelle strade, con gli occhi aperti sugli archivi dimenticati, con la pazienza rara di chi non separa la storia dalla carne viva degli uomini che la storia la fanno.
Servizi segreti a oriente di Costantinopoli, edito in Italia da Medhelan, è il seguito spirituale e narrativo de Il Grande Gioco, e come ogni buon seguito sa fare, allarga la prospettiva senza tradire la promessa originaria.
Siamo nel 1914.
L’Europa si sta squarciando terra dopo terra, ma la partita vera, quella che deciderà il destino di interi popoli, si gioca altrove: nelle steppe del Turkestan, nei bazar di Teheran, sulle rive sabbiose del Caspio, lungo i valichi afghani dove ogni pietra nasconde un segreto e ogni segreto un tradimento. Dove il Grande gioco non conosce regole d’ingaggio precise o definite.
Berlino e Costantinopoli, stretti nel loro patto di ferro, tentano l’impossibile: soffiare sul fuoco della jihad, aizzare l’India britannica alla rivolta, destabilizzare l’Asia centrale russa. È una guerra nell’ombra, combattuta da ufficiali tedeschi mimetizzati tra le tribù persiane, da agenti britannici che parlano il dari come fosse la loro lingua madre, da avventurieri senza patria che cambiano bandiera con la stessa disinvoltura con cui cambiano accento. Il dominio del mondo come obiettivo finale, niente di meno. Niente di più antico. Niente di più crudele.
Hopkirk racconta tutto questo con quella maestria che è insieme del romanziere e dello storico: non concede mai al lettore la comodità dell’astrazione. Ogni capitolo ha un volto, un nome, una storia particolare che si intreccia al grande disegno senza dissolversi in esso.
C’è il tedesco Wassmuss, agente del Kaiser, figura quasi leggendaria, che percorre la Persia come Lawrence fece con l’Arabia, alimentando ribellioni tribali, sfuggendo alle catture con un’agilità che sa di romanzo picaresco, classico di chi lo scacchiere della guerra lo conosce a memoria. C’è la piccola guarnigione britannica di Baku (1918) che resiste contro tutto e tutti, consapevole di combattere una battaglia già perduta eppure incapace di ritirarsi, perché ci sono momenti nella storia in cui la sconfitta onorevole vale più della vittoria compromessa.
Quel che colpisce, e che distingue Hopkirk dai tanti divulgatori che popolano le librerie, è il rifiuto di ogni semplificazione morale. Gli inglesi sono i protagonisti, certo l’autore è britannico, e non lo nasconde, anzi qualche critico gli ha rimproverato un certo orgoglio imperiale che qua e là affiora ma non sono eroi senza macchia. Anche loro mentono, anche loro strumentalizzano, anche loro lasciano soli i propri alleati quando la convenienza lo richiede. Il Grande Gioco non ha buoni: ha giocatori più abili e giocatori meno abili come la vita, e la differenza tra i due, spesso, è soltanto la fortuna del momento.
C’è poi una domanda che il libro pone senza mai formularla esplicitamente, e che è forse la più inquietante: cosa rimane, di tutto questo? Cosa hanno lasciato quegli anni di complotti e di sangue, di jihad strumentalizzate e di rivoluzioni fomentate dall’esterno? La risposta è ovunque intorno a noi.
Il Medio Oriente che brucia, le frontiere tracciate a matita su carte geografiche che non tenevano conto di nessuna realtà umana, le identità nazionali costruite a tavolino e poi esplose come ordigni a orologeria, tutto ha radici in quelle stanze fumose di Berlino e Costantinopoli, in quei rapporti segreti scritti a lume di candela in qualche remoto avamposto caucasico.
Hopkirk, giornalista prima che storico, uomo del Times prima che dell’accademia, ha il dono raro di scrivere la storia come se la stesse guardando accadere dalla finestra. Nessuna pedanteria, nessun latinorum: solo il ritmo serrato di chi sa che il lettore ha il diritto di capire senza essere mortificato, e il dovere di meravigliarsi senza essere ingannato. Perché dimenticata, alla fine, è la parola giusta. Noi europei continuiamo a guardare la Prima guerra mondiale come una catastrofe essenzialmente occidentale: le trincee delle Fiandre, la Marna, Caporetto.
Hopkirk ci ricorda che mentre ci massacravamo nel fango, un altro mondo decideva il proprio destino in modi che non abbiamo ancora finito di pagare.




