Paradise City di Susanna Nicchiarelli: un romanzo autobiografico sull’adolescenza
C’è una frase in Paradise City di Susanna Nicchiarelli (Mondadori editore, 2025), che definisce insieme il tema del libro e il suo stile: take me down to the paradise city, where the grass is green and the girls are pretty. Esiste un posto migliore di questo. Portami via.
Susanna Nicchiarelli – regista di Nico, 1988, Chiara, Miss Marx, La scoperta dell’alba – torna con questo romanzo autobiografico alla materia che percorre tutto il suo cinema: il momento in cui una donna smette di abitare il posto che le è stato costruito intorno. Ma stavolta la materia è la più esposta possibile: ha aperto i diari dell’adolescenza – lettere, fotografie, foglietti scritti di notte – e da quel grumo di voci ancora acerbe, da quei pensieri che non erano stati pensati per essere letti, ha costruito qualcosa che ha la schiettezza tagliente del memoir e la densità stratificata del romanzo di formazione.
Roma, fine anni Ottanta. Tredici anni. Una scuola che lei stessa chiama “una succursale dell’America sulla Cassia”, separata dal resto della città da un parco e da una certezza implicita: fuori da qui non c’è altro. È una bolla perfetta, il Truman Show, ma senza la telecamera. Il privilegio funziona così: si presenta come naturalezza, e rinunciarvi sembra un capriccio, quasi un’offesa a chi non ce l’ha.
Quello che racconta è il bullismo prima che esistesse la parola, perché siamo ancora negli anni 80. Lei è “Puzzola”, “Crosta”, è quella che non riesce a incastrarsi nel profilo giusto. La violenza che descrive è capillare, è la somma di mille piccole decisioni prese da altri su di lei – come vestirsi, quanto ridere, chi essere, quanto valere. In quegli anni, i film giovanili mostravano solo protagonisti belli e vincenti; il resto spariva nei margini, come se non esistere nella forma giusta significasse non esistere del tutto. Nicchiarelli restituisce quella sparizione dall’interno, con una precisione che non cerca mai l’autocommiserazione.
Paradise City, il titolo del romanzo, è anche una canzone dei Guns N’ Roses, quarto singolo dall’album di debutto Appetite for Destruction del 1987. E’ un’espressione che parla di distruzione come fame, come urgenza che precede qualsiasi consapevolezza politica o estetica. Urgenza che in questo libro diventa la chiave per leggere il desiderio di una adolescente di uscire da quel mondo preconfezionato che lei non riesce ad abitare. L'”appetito per la distruzione”, allora, non è vandalismo, ma la risposta istintiva e ancora informe di chi sente, senza saperlo dire, che quella perfezione è falsa. Che il paradiso in cui è nata è una gabbia costruita con materiali pregiati. E che per vederlo bisogna prima avere voglia di rompere qualcosa: una certezza, un’appartenenza, la versione di sé che gli altri hanno già deciso. Gli strumenti arrivano dopo, e arrivano da fuori – da un altrove che i compagni di classe di Susanna e il suo quartiere non contemplano e non sanno contenere; la filosofia, i Guns N’ Roses, Jim Morrison, i Pink Floyd.
Il libro è scritto per i ragazzi di oggi, dice l’autrice, e per i genitori, e per chi ha vissuto l’adolescenza in contesti anche completamente diversi – perché l’adolescenza ovunque la si viva ha quella stessa qualità di morsa. Ma la voce con cui lo scrive non è quella di chi guarda indietro dall’alto. Ci sta ancora dentro, nei diari che rilegge, nella rabbia che non si è del tutto consumata. Questo è il nodo centrale del libro: Paradise City è la storia di chi ha attraversato l’adolescenza senza mai smettere di bruciarsi, e che nella combustione ha trovato il materiale per diventare qualcuno.




