“Cronache marsigliesi”: cosa raccontano davvero le banlieue francesi
“Cronache marsigliesi” di Emilio Quadrelli, pubblicato da MachinaLibro per DeriveApprodi, è un testo difficile da incasellare: a metà tra inchiesta etnografica, analisi politica e racconto militante, attraversa la città di Marsiglia per restituirne una fotografia che sfugge tanto alle narrazioni mediatiche quanto a quelle, spesso rassicuranti, di una certa sinistra. Non si limita a descrivere le periferie: le fa parlare, le interroga, le assume come punto di osservazione privilegiato per leggere le trasformazioni del capitalismo contemporaneo.
Il libro si muove dentro le contraddizioni delle banlieue francesi, dando voce a lavoratori precari, disoccupati, abitanti dei quartieri popolari, militanti di collettivi territoriali. Ne emerge una realtà complessa, attraversata da conflitti profondi: la frattura tra proletariato “garantito” e nuova composizione di classe, la centralità della razzializzazione, il ruolo spesso invisibile ma decisivo delle donne nei processi di organizzazione. Marsiglia non appare come un’eccezione arretrata, ma al contrario come un “vero e proprio laboratorio economico e sociale di ciò che ha in mente il comando capitalistico”: un’anticipazione di ciò che tende a generalizzarsi su scala europea.
Uno degli aspetti più interessanti del libro è lo sguardo radicalmente disincantato sulle mobilitazioni contro la riforma delle pensioni del 2023. Lontano dall’entusiasmo con cui spesso sono state raccontate, Quadrelli ne mette in luce i limiti strutturali: una lotta portata avanti prevalentemente da settori garantiti, incapace di coinvolgere quella parte maggioritaria del proletariato che vive nella precarietà, nella disoccupazione o nell’illegalità. Il “silenzio delle banlieue” diventa così un elemento centrale, quasi un segnale politico: senza l’ingresso in campo di questa nuova composizione di classe, ogni conflitto rischia di rimanere confinato in una dimensione difensiva, destinata alla sconfitta.
In questo quadro, il libro insiste su un punto decisivo: la trasformazione del proletariato. Non esiste più un soggetto unitario e riconoscibile come quello della grande fabbrica novecentesca. Al suo posto troviamo una pluralità frammentata, mobile, spesso invisibile, che oscilla tra lavoro e non lavoro e che abita territori sempre più marginalizzati. È quello che Quadrelli definisce, in modo provocatorio, il “nuovo proletariato”: una figura che incarna pienamente le logiche del capitalismo globale. E proprio per questo, “il sottoproletariato è il nuovo proletariato”.
Accanto a questa analisi, emerge con forza il ruolo delle donne nei quartieri popolari. Lontane tanto dalle rappresentazioni vittimistiche quanto da certi femminismi istituzionali, sono descritte come il vero perno dell’organizzazione sociale e politica: soggetti capaci di tenere insieme legami, costruire pratiche collettive e immaginare forme di resistenza di lunga durata. È forse uno degli elementi più potenti del libro, perché mostra come la trasformazione passi già oggi attraverso pratiche concrete, spesso invisibili.
La sensazione che resta, leggendo “Cronache marsigliesi”, è quella di essere messi di fronte a qualcosa di scomodo. Il libro smonta molte certezze: l’idea di un conflitto sociale già dato, la centralità automatica della classe operaia tradizionale, la possibilità di cambiamenti rapidi e lineari. Al contrario, insiste sulla necessità di pensare la lotta come processo lungo, fatto di organizzazione, radicamento e costruzione di forza reale: “lotta e organizzazione non possono che marciare unite”.
Non è una lettura facile, né conciliatoria. Ma proprio per questo è necessaria. Perché costringe a guardare dove di solito non guardiamo: nelle pieghe di un’Europa che si racconta democratica e inclusiva mentre produce esclusione, gerarchie e conflitto. E perché suggerisce, senza illusioni, che è lì –nei margini, nei territori, nelle vite precarie—che si giocheranno le trasformazioni future.




