Richard Sorge, l’arte del non esistere
Esiste una fotografia di Richard Sorge che vale più di molte biografie, di chiacchiere tra addetti ai lavori e di film girati e presenti nel mondo del web. Un viso dai lineamenti netti, uno sguardo che sembra attraversarti e bucarti lo stomaco senza che te ne accorga. Era questo l’uomo che, dal cuore pulsante di Tokyo e dai suoi ciliegi, cambiò l’esito della Seconda guerra mondiale senza che nessuno, per vent’anni, potesse saperlo. Era questo il volto che l’ambasciata tedesca vedeva a cena, convinta di avere davanti una delle sue armi più importanti. Era questo il volto che Mosca, quando arrivò il momento, si rifiutò di riconoscere tre volte ed abbandonò a se stesso.
La solitudine di una spia non assomiglia a nessun’altra, paragonabile solo al KO di un pugile: il team ti allena ma sul quadrato lotti da solo e quando sei al tappeto sei solo tu, la tua sconfitta e la gioia dell’avversario. Sorge è il classico esempio del fatto che quando suonano gli ottoni non sempre vincono i campioni. Non è la solitudine di chi vive appartato o di chi ha perso qualcuno: è qualcosa di più architettonico, costruito mattone su mattone ogni giorno, necessario come l’ossigeno. Per fare il lavoro che faceva Sorge bisognava essere irraggiungibili anche agli amici, anche agli amori, anche a se stessi probabilmente, bisognava abitare permanentemente una finzione così accurata da diventare, agli occhi di tutti, più reale della realtà.
Owen Matthews, giornalista britannico con decenni di corrispondenza da Mosca, ha dedicato anni a ricostruire questa esistenza scomoda e straordinaria nel volume La spia perfetta. Vita e morte di Richard Sorge, pubblicato in Italia dalle Edizioni Settecolori. Il libro ha un vantaggio che i precedenti non avevano: la storia di Sorge, fino a oggi, non mai stata raccontata dal lato russo, con accesso agli archivi sovietici e alle testimonianze di chi, su quello stesso fronte, lo conobbe e lavorò tra i suoi silenzi. Per la prima volta la storia viene raccontata da entrambe le parti del muro ed il risultato è il ritratto più completo mai tentato di un uomo che aveva fatto della propria invisibilità la sua unica vera identità.
Sorge nasce a Baku nel 1895 da padre tedesco e madre russa per tornare, con la famiglia, in Germania quando ha tre anni. Uomo di campo e amante dell’azione parte volontario nella Prima guerra mondiale e nel marzo del 1916 uno shrapnel gli amputa tre dita di una mano e gli frattura entrambe le gambe, rendendolo claudicante per il resto della sua esistenza. È durante la convalescenza che incontra Marx, la rivoluzione, l’idea che il mondo si possa e si debba rovesciare. Da quel momento diventa un altro uomo o forse comincia a diventare tanti uomini contemporaneamente, nessuno dei quali del tutto suo. Entra nel Comintern, opera in Cina, poi nel 1933 arriva in Giappone come corrispondente del Frankfurter Zeitung. La copertura è impeccabile: si muove nei salotti dell’ambasciata tedesca fingendo di essere un nazista convinto, sfruttando il rapporto confidenziale con l’ambasciatore Eugen Ott (diventerà probabilmente il suo migliore amico) per carpire informazioni militari di primissimo livello. I documenti più segreti gli venivano mostrati dai loro stessi custodi, che ne cercavano il parere. Nessuno sospettava, era dentro dappertutto, e in nessun posto era se stesso.
Questa è la gabbia dorata che la storia dello spionaggio non smette di riproporre. Non si tratta di un paradosso letterario: chi vive in copertura non può permettersi relazioni vere, confidenze autentiche, momenti di abbandono. Ogni gesto spontaneo è un rischio, ogni parola di troppo è un potenziale buco nello scafo ed affondare è semplice, troppo semplice. Sorge, individuo imperfetto ma spia impeccabile, Richard diviso tra donne e alcol da una parte e documenti cifrati dall’altra. L’alcol era il suo modo per allentare la tensione, ma era anche un pericolo costante, una crepa nell’armatura. Le sue scorribande ad alta velocità per le strade di Tokyo sembravano quasi una sfida alla morte come di chi sa che il tempo che ha è in prestito e vuole consumarlo tutto.
L’unica persona davanti a cui Sorge poteva essere qualcosa di simile a se stesso era Hanako Ishii, una cameriera di un bar per stranieri che finì per vivere con lui ma anche lei non sapeva nulla di ciò che lui era davvero. Non poteva e non doveva saperlo. Anche quella era parte della solitudine: amare qualcuno tenendolo deliberatamente al buio, proteggerlo proprio nascondendogli tutto. Hanako Ishii continuò a fare visita alla sua tomba fino alla sua morte, ventisei anni fa, cinquantasei anni dopo l’impiccagione. C’è in questo gesto un’intensità che nessun romanzo riuscirebbe a inventare.
Sul piano storico, il contributo di Sorge è stato decisivo. A Tokyo riuscì a sapere che il Giappone non avrebbe attaccato l’Urss nel preciso momento in cui quella stentava a sopportare il furibondo assalto delle divisioni corazzate tedesche, il che permise ai russi di spostare sul fronte antitedesco alcune divisioni. Mosca si salvò. Sorge trasmise anche la data dell’attacco tedesco all’Unione Sovietica ma Stalin non gli credette, pochi giorni dopo i carri armati nazisti erano alle porte di Leningrado. La spia perfetta e il padrone che non ascoltava, nessuna cosa può esser peggiore.
Il 18 ottobre del 1941 Sorge fu arrestato perché sospettato di spionaggio, l’interrogatorio durò giorni e Sorge si piegò solo al sesto giorno dopo il suo arresto. Alla domanda se avesse svolto attività di spionaggio in Giappone per il Comintern rispose: “Sì”. Dopo di che balzò in piedi e fece un paio di passi per poi sedersi di nuovo e scoppiare a piangere. Era finita.
Quello che accadde dopo è forse il capitolo più amaro e dannatamente umano di tutta la storia. Per ben tre volte i giapponesi proposero ai russi uno scambio di prigionieri, offrendo Sorge in cambio di una spia giapponese detenuta dai sovietici e tutte e tre le volte l’Urss rispose di no. L’uomo che aveva salvato Mosca non valeva uno scambio, la maledetta solitudine di essere spia stavolta aveva toccato il suo apice qui: non nel rischio, non nella finzione quotidiana, ma nell’abbandono finale. Nel momento in cui lo Stato che hai servito decide che non ti conosce. Era diventato imbarazzante, ingombrante, un segreto difficile da gestire.
Il 7 novembre 1944, poco dopo le dieci del mattino, Sorge fu portato davanti alla botola; Lo stesso giorno fu giustiziato anche il suo amico e confidente Ozaki Hotsumi, lo stesso giorno dell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre a dimostrazione che il caso non esiste mai. Il procuratore Yoshikawa, che aveva istruito il processo, disse: «In tutta la mia vita non ho mai incontrato un uomo di tale levatura». L’Unione Sovietica non lo riconobbe come propria spia fino al 1964, vent’anni dopo la sua morte, venti anni in cui era stato nessuno anche per chi lo aveva mandato allo sbaraglio.
Matthews restituisce tutto questo con la cura di chi ha scavato a lungo negli archivi e la chiarezza di chi sa scrivere per i lettori, non per gli specialisti. La spia perfetta non è soltanto la biografia di un uomo straordinario: è una riflessione su cosa significa servire una causa così in profondità da perdersi, su cosa rimane di una vita trascorsa a recitare, su dove finisce il confine tra dedizione e dissoluzione di sé.
Sorge è sicuramente la spia che ha cambiato l’esito del secondo conflitto mondiale, ed è l’uomo sul campo più importante che il Novecento abbia partorito nell’universo dell’intelligence; il mondo di oggi senza lui sarebbe letteralmente un posto diverso e senza dubbio più oscuro.
Sul tavolo rimane quella fotografia. Quel viso, quello sguardo. L’uomo che non esisteva, che ha cambiato la storia, e che Hanako ha continuato ad andare a trovare per mezzo secolo, portando fiori a una tomba che il mondo aveva preferito dimenticare.




