“L’assassino dalla città delle albicocche” di Witold Szablowski
“Mi sento come se fossi continuamente su un ponte che unisce le due rive del Bosforo e, senza appartenere né alla parte asiatica, né a quella europea, le descrivessi entrambe”
Così forse, prendendo una frase dalla pagina ufficiale di Orhan Pamuk, saggista e scrittore turco premio Nobel per la letteratura, si può descrivere il libro scritto da Witold Szablowski ed edito per Keller Editore che percorre, grazie ad un accurato reportage, sentimenti, visioni e idee di una Turchia frammentata tra grandi città moderne, piccoli paesi, religioni e politica. Un libro che attraversa, senza avere la smania di trovare un filo narrativo, l’intero paese anatolico, lasciando che siano le persone incontrate lungo la strada a costruire il racconto. Una Turchia piena di contraddizioni: Erdoğan e la sua democrazia islamica ma al tempo stesso visto come un dittatore, donne costrette a scappare per aver disonorato la famiglia, uomini duri che vivono intrappolati nel passato, terroristi, città meravigliose, poeti e sognatori. Un percorso che inizia da parco Gezi e finisce nella città delle albicocche.
Szablowski, giornalista polacco cresciuto tra Varsavia e Istanbul, attraversa questo paese parlando con tutti: camionisti, professori universitari, commercianti, imam e gente comune. Ed è proprio in questi incontri che emerge la vera anima del libro. Ogni turco, racconta uno dei suoi interlocutori sul traghetto del Bosforo, si sposta mille volte al giorno tra la tradizione e la modernità, tra la moschea e la discoteca, tra il desiderio di entrare nell’Unione Europea e l’ostilità verso di essa. Un paese che non ha trovato pace con sé stesso, e forse non la cerca nemmeno.
Le donne sono uno dei fili più dolorosi del racconto. Nell’Anatolia orientale le mogli sono costrette a indossare il velo e a non mostrarsi troppo disinibite in pubblico, intrappolate in un sistema che le vuole invisibili. Eppure, a pochi chilometri di distanza, Istanbul pulsa di una modernità che guarda all’Europa. Un quotidiano turco ha pubblicato la foto di due donne in piedi, una accanto all’altra, con l’acqua fino alla vita: una col vestito musulmano, l’altra in topless. “Questa appunto è la Turchia”, diceva il commento della redazione. Due Turchia, due destini.
La storia è ovunque, incombe su ogni pagina. La Turchia è così complessa, così articolata, così indecifrabile che la sua bellezza sta proprio nell’impossibilità di essere capita. C’è l’eredità di Atatürk, ci sono i versi di Nazim Hikmet, poeta e comunista, amato e perseguitato dalla stessa patria. C’è la sociologa Hatice Ozturk che spiega come ogni turco sia un mix di orgoglio per il passato e di complessi per il presente: fieri della potenza che un tempo erano, consapevoli che i tempi in cui l’esercito del sultano arrivava fino a Vienna non torneranno più. E c’è Sinan, il Michelangelo turco, il genio che ha ridisegnato il cielo di Istanbul con le sue moschee, simbolo di una civiltà che ha attraversato Bisanzio, l’impero ottomano e la repubblica laica, e che ancora non ha smesso di chiedersi cosa vuole diventare.
Non è l’autore il protagonista del libro, e non sono le sue impressioni il cuore del racconto: sono le persone che incontra a raccontare cosa è la Turchia e a portare il peso e la bellezza di un paese che non si lascia mai spiegare del tutto. Forse è proprio questo il pregio maggiore di Szablowski e di questo racconto: non pretende di capire la Turchia, la asseconda senza giudizio.




