Il cartone di mio padre di Lukas Bärfuss. Storia e critica di un’eredità
“Non esiste alcuna “eredità spirituale” che non possa essere rifiutata. Al contrario di quella biologica, ogni origine culturale è una scelta”.
C’è un filosofo rumeno, Nicolas Georgescu-Roegen, che ha formulato uno dei pensieri più scomodi della modernità: ogni vita vissuta nel presente è una vita in meno vissuta nel futuro. Una frase che suona come una condanna, o come un campanello d’allarme che nessuno vuole sentire mentre riempie il carrello della spesa, prenota la quinta vacanza dell’anno o smaltisce l’ennesimo smartphone sostituito non perché rotto, ma perché vecchio di diciotto mesi. Il cartone di mio padre (L’Orma Editore) di Lukas Bärfuss è attraversato da quella verità: siamo debitori nei confronti di chi non è ancora nato, e tendiamo a non saperlo, o a fingere di non saperlo
Il libro nasce da un gesto banale e carico di terrore insieme: aprire una scatola. Un cartone di banane Del Monte, tenuto chiuso per venticinque anni dopo la morte di un padre che padre lo era stato poco e male. Dentro, documenti. Lettere di tribunali fallimentari, avvisi di pignoramento, pratiche di assistenza sociale. La burocrazia silenziosa di una vita vissuta ai margini, nell’indigenza, fino all’ultimo.
Eppure quello di Bärfuss non è un libro sul lutto, né un memoir di riparazione. Prende la ferita personale e la usa per guardare più lontano, e il primo posto dove guarda è dentro il meccanismo stesso dell’eredità. Un’eredità non si sceglie, quella biologica, muta, iscritta nel corpo prima ancora che si apra gli occhi sul mondo. Un’altra invece si maschera da destino pur non essendolo, quella culturale, fatta di convinzioni trasmesse a tavola come fossero ovvietà, di silenzi familiari elevati a verità, di modelli di comportamento che arrivano già sedimentati e chiedono solo di essere perpetuati. La seconda pretende la stessa inevitabilità della prima, ma appartiene a un registro completamente diverso. Nasce come costruzione, come scelta di qualcun altro diventata, col tempo, nostra abitudine.
Da questa distinzione il libro trae la sua energia critica. Bärfuss smonta il meccanismo attraverso cui un’epoca trasmette se stessa alla successiva spacciando per legge di natura ciò che è invece convenzione storica. La proprietà privata, per esempio, nasce come costrutto giuridico pensato per un mondo che non esiste più, in cui si produceva pochissimo e si sprecava ancora meno, non per virtù, ma per necessità. Quel sistema è rimasto intatto mentre il mondo attorno diventava una macchina di sovrapproduzione e scarto. Ereditare, oggi, può essere la trasmissione di un danno.
Il libro guadagna la sua profondità maggiore quando allarga lo sguardo oltre la famiglia biologica come unico asse dell’identità. Ciò che siamo proviene anche da chi abbiamo incontrato per strada, da chi ci ha scelti senza obblighi, da quelle figure che la burocrazia affettiva della società non sa nemmeno nominare. Le amicizie che ci hanno formato, i maestri che ci hanno mostrato una via, i libri letti nel momento giusto. Questa, per Bärfuss, rimane l’eredità più vera. Riconoscerlo, avere il coraggio di dirsi figli anche di chi non ci appartiene biologicamente, diventa un forte atto di libertà.
Bärfuss scrive come chi sa che la letteratura non serve a far star meglio ma a far vedere meglio, cosa sicuramente meno confortante. La sua prosa non concede alcuna pausa sentimentale, evita di scivolare nella nostalgia, e non offre catarsi di nessun tipo. Il cartone rimane, “come una presenza muta”, anche alla fine. L’eredità non concede di esser messa da parte.
Chi ha letto Il cartone di mio padre sa che dopo non si torna del tutto indietro. Qualcosa si è spostato, in quel modo silenzioso e definitivo con cui certe letture cambiano il modo in cui si guarda quello che si ha intorno. Chi arriva all’ultima pagina si accorge, forse con sorpresa, di avere anche lui un cartone da qualche parte.




