Pisciare sulla metropoli: (t)rap, Islam e il diritto alla visibilità
C’è un filo che unisce un pezzo trap, una moschea di periferia e la figura del “maranza” raccontato come nemico pubblico. Sarti lo segue senza tentare di renderlo rassicurante.
In Italia trap e Islam vengono spesso raccontati come problemi da contenere. Linguaggi pericolosi, identità sospette, segnali di un disagio che andrebbe corretto. “Pisciare sulla metropoli” di Tommaso Sarti parte dagli stessi elementi ma per capovolgere la prospettiva: non per chiedersi cosa non funzioni in questi giovani, bensì come provino a prendere parola in un paese che li considera eterni stranieri.
Il libro nasce da una ricerca etnografica durata cinque anni e condotta a stretto contatto con rapper, attivisti, educatori e giovani di strada. Più che un’indagine sulla musica e la religione, però, questo saggio è un racconto di conflitto e visibilità. Trap e Islam non vengono trattati come oggetti culturali da classificare, bensì come strumenti pratici (a volte contradditori) attraverso cui una nuova generazione costruisce identità collettive e forme di resistenza alle narrazioni dominanti che criminalizzano le seconde generazioni arabo- e afrodiscendenti. Uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Sarti è la rilettura della figura del “maranza”, spesso rappresentato nel discorso pubblico come un nuovo “diavolo morale”. Qui, invece, l’essere maranza emerge come rivendicazione del conflitto, come rifiuto di un destino sociale subalterno. Non integrazione docile, ma presenza disturbante. Una sorta di “colonizzazione inversa” che inquieta perché rompe il perimetro simbolico assegnato a questi giovani dai ceti dominanti.
In questo contesto, la trap diventa la lingua della strada e delle migrazioni. A partire dagli anni Dieci, il rap e i suoi derivati riportano al centro il quartiere, il razzismo quotidiano, le vite ai margini. È uno spazio in cui tutto può essere detto e mescolato: Dio e la criminalità, la famiglia e la rabbia, l’arabo e l’italiano, il francese e lo slang. Non si tratta di estetica, ma di sopravvivenza narrativa. Fare rap significa ribaltare lo stigma e rivendicare l’alterità, sottraendosi all’anonimato imposto.
Parallelamente, Sarti racconta un Islam vissuto, quotidiano, spesso distante dalle istituzioni religiose ufficiali. Un islam plurale, meticcio, che risponde ai bisogni di appartenenza e riconoscimento di giovani cresciuti in un Paese che li tollera soprattutto come forza lavoro silenziosa. Come racconta uno degli intervistati: “Anche in strada, pure se non pratica nessuno, tutti pregano”. La fede non è un dogma ma una compagna, una risorsa per stare al mondo.
La prefazione di Chadia Rodriguez chiude idealmente il cerchio. “Fare musica non è mai stato un obiettivo. È stata una conseguenza”, scrive. Una frase che potrebbe valere per l’intero libro. In “Pisciare sulla metropoli” musica e religione non sono soluzioni né scorciatoie identitarie, ma conseguenze di una condizione di esclusione che chiede di essere raccontata. Non per piacere, ma per farsi vedere.




