Edimburgo sulla pelle di Welsh e negli occhi di Pomella
Edimburgo: cornamuse, i tramonti dietro i suoi castelli, l’eleganza georgiana, i suoi pub ed il tartan.
Tutto questo l’abbiamo visto mille volte, sulle cartoline, in qualche film o nei maledetti filtri seppia di Instagram ma come ogni città che si rispetti esiste un altro volto meno conosciuti ai più.
C’era un’altra città, più scura, più vera, che vive nei vicoli di Leith, nei pub dove la luce del giorno non entra mai, nelle strade dove la storia ha lasciato cicatrici che nessuna gentrificazione potrà mai cancellare del tutto seppur con il passare degli anni i caffè hipster sono arrivati anche lì. Ed è proprio questa Edimburgo che Andrea Pomella va a cercare nel suo libro “A Edimburgo con Irvine Welsh – Il sogno di un dio folle”, pubblicato da Giulio Perrone Editore .
Da romano, Pomella porta con sé quello sguardo particolare che solo chi viene da un’altra grande città ferita può avere. Roma e Edimburgo, in fondo, condividono più di quanto sembri: entrambe capitali, entrambe schiacciate dal peso della propria storia, entrambe luoghi dove la grandezza monumentale e la miseria quotidiana riescono, a modo loro, a convivere. E forse è proprio questo che permette a Pomella di capire Irvine Welsh meglio di tanti critici anglosassoni: perché Welsh non è solo lo scrittore di Trainspotting, non è solo quello della droga e della violenza, del turpiloquio e dell’autodistruzione.
Welsh è il cronista di una generazione che si è perduta per strada o che ha scelto di perdersi…alla fine fa lo stesso. Quella che negli anni Ottanta e Novanta ha visto crollare il mondo operaio, svanire le certezze, dissolversi il futuro in un tempo piccolo. I suoi personaggi non sono solo tossici e delinquenti: sono ragazzi che cercavano qualcosa, che avevano fame di vita, di rabbia, di senso. E invece hanno trovato l’eroina, la violenza, il vuoto. Come Mark Renton. Begbie. Sick boy, come tutti quegli “ultimi” che popolano le pagine di Welsh e le strade di Leith.
Pomella lo sa bene. E invece di fare l’ennesimo saggio accademico su Welsh, decide di prendere un aereo e volare ad Edimburgo. Di camminare per quelle strade, di vivere in quei pub, di sentire sulla pelle il vento gelido che soffia dal Firth of Forth. Perché per capire Welsh bisogna capire Edimburgo, e per capire Edimburgo bisogna lasciarsi alle spalle l’immagine turistica e affondare le mani nella terra sporca della città vera.
Il libro diventa così un viaggio sentimentale, quasi una deriva alla ricerca dei luoghi e delle anime che Welsh ha raccontato. Pomella si muove come un Virgilio nostalgico nell’inferno descritto dallo scrittore scozzese, ma è un inferno che conosce bene anche lui, perché è l’inferno di chiunque abbia avuto vent’anni negli anni della disillusione, quando i sogni della controcultura si sono schiantati contro la realtà del neoliberismo e dell’emarginazione.
C’è qualcosa di profondamente malinconico in questo pellegrinaggio letterario. Pomella va a cercare una città che forse non esiste più, o che forse non è mai esistita se non nelle pagine di Welsh. Ma è proprio in questa ricerca impossibile che emerge la grandezza dell’operazione: perché Welsh ha messo in luce un’Edimburgo letteraria che è più vera di quella reale, una città dello spirito dove si condensano tutte le sconfitte, tutte le rabbie, tutte le nostalgie di una generazione europea intera.
E allora il libro diventa anche una riflessione su cosa resta dei nostri anni giovani, su cosa resta delle città che abbiamo abitato, su cosa resta dei libri che ci hanno formato. Welsh aveva scritto con ferocia e tenerezza insieme dei suoi ragazzi perduti di Leith, Pomella risponde con la stessa ferocia e la stessa tenerezza cercando di capire dove sono finiti quei ragazzi, quella rabbia, quel mondo.
Il risultato è un libro breve ma denso, scritto con quella leggerezza malinconica che è propria di chi sa che ogni viaggio è anche una sorta di addio. Un addio alla gioventù, alla possibilità di essere altri, alla speranza che esistesse da qualche parte una città-rifugio dove poter ricominciare da capo.




