Denuo florebis: “Il Mito di Roma” di Sergio Filacchioni
“Il libricino”, così chiamato anche da Sergio Filacchioni stesso, “Il mito di Roma” (Alaforte Edizioni, 2025) è un richiamo alla romanitas perduta. Si ritorna al concetto evoliano di idea-forza, ovvero di narrare miti che celebrano la collettività umana risvegliando potenzialità superiori che scorrono nel sangue di ogni uomo. Filacchioni, in un’intervista, ha dichiarato: “I romani non volevano una filosofia per filosofi, ma per tutti. Non volevano formare sofisti o retori, abbindolatori pericolosi, ma cittadini”. A retro del libro è scritta una frase significativa: le monde est vide depuis les romaines, “il mondo è vuoto dopo i romani”. “Il mito di Roma” si chiude con la disfatta di Roma da parte dell’esercito di Brenno ma, il dittatore Furio Camillo non vuole abbandonare la terra dei padri e dice: “Qui a Roma. Ora e per sempre”.
Il senso del sacrificio a Roma
Una raccolta di dodici racconti che portano pressappoco lo stesso messaggio: la sacralità del sacrificio. Affrontare pene crudeli, ribellarsi agli oppressori a costo di salvare la propria patria.
Si deve essere coraggiosi, forse folli, fino a incutere reverenza come Muzio Scevola. Da solo, decide di infiltrarsi nell’accampamento nemico per uccidere il Re Porsenna, senza nemmeno conoscerne il volto. Fallisce, uccide uno scriba, eppure, il fuoco che arde in lui è pronto a liberare Roma a qualunque costo. Mette la mano sul fuoco, la sua carne brucia, mentre guarda fisso negli occhi Porsenna. Gli mente, affermando che trecento giovani “fior fiore della gioventù” siano pronti ad ucciderlo e, di fronte a un ragazzo dalla sicurezza disarmante, il sovrano etrusco intimorito abbandona la città.
Altro insegnamento prezioso ce lo porta il mito dei Fabi: mai abbandonare la comunità, anche di fronte a morte certa. Davanti al Senato si presentano trecentosei uomini, tutti i maschi della gens Fabia, pronti a occuparsi personalmente della guerra contro Veio. Uno a uno muore per un’imboscata dei Veienti, escluso un ragazzino, Quinto Fabio Vibulano che porterà avanti la storia della sua gens eroica.
Tutti possono essere eroi, anche “tutte”
Nella storia di questa grande civiltà non sono mancate donne che hanno dimostrato il proprio valore.
Dalla devota e contemporaneamente determinata Tuccia, vestale accusata di esser venuta meno alla sua fede. L’accusa è quella di aver violato il voto di castità e Tuccia non freme per un istante, è pronta a dimostrare la sua innocenza con un’ordalia: dopo aver chiesto l’aiuto di Vesta, andrebbe al Tevere a riempire un setaccio d’acqua. Al ritorno dal Fiume, dal setaccio non trasborda nemmeno una goccia. La storia di Tuccia ricorda l’importanza dell’onore.
All’impavida Clelia, catturata sempre dal Re Porsenna. Figlia di un’illustre famiglia romana, consegnata assieme ad altre nove ragazze e dieci ragazzi in accordo con il Senato, ma questo non le ha impedito di ribellarsi. Conduce tutti gli ostaggi fino al Tevere, attraversandolo, per seminare i soldati etruschi. Gli sforzi sono vani, appena tornata a Roma Porsenna la richiede indietro e i consoli romani la scortano fino all’accampamento. A quel punto, avviene qualcosa di inaspettato. Il Re che l’aveva fatta prigioniera, vedendo la riprova dello spirito sanguigno romano, libera Clelia donandole un cavallo. Senza distinzione di genere, Clelia viene celebrata come un condottiero e viene eretta una sua statua.
Filacchioni sembra voler ricordare che la romanitas non è un cimelio da museo, ma una responsabilità. Il sacrificio non viene romanticizzato, bensì presentato come una possibilità concreta, un patto tra l’individuo e la comunità. Gli eroi di queste pagine non sono figure lontane, ma esseri umani che scelgono di opporsi alla passività e alla paura.




