Il mistero per eccellenza – storia del Santo Graal.
“Ciao, visto che passi in libreria, mi potresti prendere una copia del Fu Mattia Pascal? Ma come non sai chi l’abbia scritto? Ma Pirandello, no?!”. Questo lato di una telefonata tra amici ha senso solo perché i libri hanno un inizio ed una fine, sono stati scritti da una persona specifica e sono stati pubblicati un certo giorno con un certo contenuto. La nostra tradizione culturale vuole dei racconti chiusi e dotati di confini, quindi facilmente catalogabili e commerciabili. In Europa persino la religione è stata codificata in un canone scolpito nella pietra. Immaginate ora che in ogni scuola d’Italia si insegnasse una Divina Commedia diversa, e che alla domanda “Chi è che accoglie Dante sulla spiaggia del Purgatorio?” ogni persona avesse una sua risposta – e avessero tutti ragione. Sorprendentemente, questa è la norma per gran parte delle culture e dei tempi. Matthias Egeler esplora una delle poche e celebri storie aperte del mondo occidentale ne “Il Santo Graal”, Il Mulino, 2024.
Chi provasse a capire cosa sia il Santo Graal e quale sia il suo ruolo nelle leggende di Re Artù e della Tavola Rotonda sarà sommerso da valanghe di speculazioni, versioni differenti e teorie del complotto. Quella del Graal è un esempio perfetto di storia aperta e fluida – aperta ai desideri di ogni suo narratore, fluida in quanto si è adattata ai bisogni di almeno dieci secoli. Il saggio prettamente storico di Egeler non cerca di ricomporre i pezzi di un puzzle, perché non c’è un vero puzzle da ricomporre. Come l’archeologo spennella granello per granello i cinque livelli di edifici sotto una strada mediorientale, così Egeler rivela la stratificazione letteraria di uno dei grandi amori di romanzieri, cartomanti e pellegrini europei.
Il Graal è spesso conosciuto come la coppa dell’Ultima Cena, recuperato in qualche modo dalla Terra Santa e nascosto in Europa. Non è questa l’unica natura del Santo Graal – è solo una delle sue tante forme. Nei cicli di avventura arturiani il Graal è un artefatto misterioso, spesso di forma e natura non identificata, che rappresenta l’oggetto del desiderio e della redenzione per eccellenza. A volte si trova, a volte no; a volte sconfigge una dama nella scala valoriale di un cavaliere, mentre frequentemente rimane un fantasma lontano. Le storie dei cavalieri della Tavola Rotonda sono storie di ricerca morale e personale dove il Graal, che era una roccia o ciotola nelle più antiche scritture arturiane dell’Alto Medioevo, si fa concreto orizzonte morale. Chiamare il Graal “Libertà” o “Virtù” non sarebbe in fondo così assurdo.
C’è qualcosa di vagamente precristiano nella storia della coppa. Tutti i cicli norreni e germanici adorano gli oggetti magici capaci di generare infinite quantità di cibo – questo era in principio il Graal, parola la cui etimologia non è chiara. La leggenda esplode e si rinnova però quando conquista le corti medioevali francesi e si tinge di cristianità. Si forma l’incredibile storia di Giuseppe d’Arimatea, discepolo di Gesù che avrebbe portato la buona novella e la coppa in Gran Bretagna, e si codifica il celebre sottotesto cristiano della reliquia. Seguono ritrovamenti miracolosi e luoghi di pellegrinaggio, decorazioni a cattedrali gotiche ed una popolarità letteraria ed orale assolutamente straordinaria.
La Riforma Protestante e il Rinascimento cestinarono per un po’ l’abbondante ed eterogenea leggenda del Graal, in quanto la sua storia cristianizzata sapeva troppo di transustanziazione, e d’altro canto stavano diventando di moda racconti e miti classici. Nella prossima visita ad una città d’arte italiana notate la differenza nei temi tra un affresco del 1200 ed uno del 1600: si passa da giostre cavalleresche e le agiografie dei santi a sibille, imperatori e ninfe. Ma il Graal è giunto eccome fino a noi, e bisogna ringraziare i Romantici ottocenteschi.
La loro costruzione di un altrove letterario e culturale, quindi il medioevo di Ivanhoe, Adelchi e della nazione germanica, donò al Graal e al ciclo arturiano un nuovo spazio culturale legittimo. Vestiamo scialbamente i panni degli antropologi o psicologi junghiani, e diciamo che questo spauracchio mitologico divenne strumento dei bisogni esoterici e mitopoietici dell’Ottocento europeo così come aveva fatto da sincretico anello di congiunzione tra la pratica del potere feudale e la dottrina della Chiesa. Il Graal diventa una sorta di creta in mano ai vasai esoterici, neo-religiosi e complottisti di tutta Europa, dai teosofici ai cercatori di reliquie, al punto di diventare un simbolo centrale nel turbine delirante degli intellettuali delle SS naziste.
Quindi, cosa è oggi il Santo Graal? Leggendo Egeler e guardandoci attorno questo oggetto è presente eccome, ed in due forme. La prima è accademica, e riguarda la difficile ricostruzione di un mito dalla forza immaginifica straordinaria ma dal corso anarchico e dalle origini sconosciute – vi appartiene lo stesso Egeler. Poi, c’è il mondo raccontato e parodizzato da Umberto Eco nel suo Pendolo di Foucault, un mondo fatto di complottismi, magia, crociati, tesori nascosti e conoscenze gnostiche.
Un personaggio del Pendolo ipotizzava che un romanzo d’avventura basato su questo mondo di vago mistero alla Voyager di Giacobbo avrebbe potuto vendere centinaia di migliaia di copie; poi è venuto Dan Brown, e le copie sono state milioni. Il Graal è oramai uno degli elementi per antonomasia per una letteratura ed una religiosità che fa dell’occulto, dell’irrazionale e dell’indefinito la sua cifra di successo. Se il Graal è tornato con Indiana Jones e il Codice Da Vinci, chissà cosa ancora potrà diventare.




