L’ultima partita di Agostino di Bartolomei
ANSA – “Agostino di Bartolomei, ex calciatore della Roma e del Milan, si è ucciso stamani
sparandosi un colpo di pistola sul terrazzo della sua villa di san Marco di Castellabate, in provincia
di Salerno, dove si era trasferito dopo aver concluso la sua attività sportiva. Aveva trentanove
anni.” Così inizia il libro scritto da Giovanni Bianconi e Andre Salerno: “L’ultima partita – vittoria e
sconfitta di Agostino di Bartolomei”.
Inizia con la drammatica notizia della morte, il punto di partenza per ripercorrere l’esistenza di un uomo simbolo di un calcio di altri tempi e terminata in un giorno che è difficile reputare casuale. Il 30 maggio 1984, per i tifosi romanisti, è una data storica e dolorosa allo stesso tempo. Stadio Olimpico di Roma, 70.000 spettatori la squadra guidata da Nils Liedholm affronta la prima finale dell’allora Coppa dei campioni. Il Liverpool, già campione del torneo per quattro volte, è l’avversario da battere. Il finale è tristemente noto con Bruno Conti e Graziani che falliscono il tiro nei rigori finali regalando la coppa alla squadra inglese. Esattamente dieci anni dopo, nel 1994, l’8 aprile, il capitano di quella squadra e il numero dieci, Agostino di Bartolomei, decide di togliersi la vita. Gli scettici diranno è una pura casualità, i romantici abbelliranno questa sconvolgente morte con questa coincidenza, i romanisti sono sicuri che in uno dei motivi del suicidio del loro capitano, rientri quella maledetta partita. Non sta a noi dirlo, ma il libro ripercorre la vita, i successi, i dubbi, le preoccupazioni di un giocatore speciale, che poco aveva da condividere con il resto dei calciatori professionisti dell’epoca. Ago era diverso. Era appassionato di letteratura, finì gli studi, inizialmente voleva diventare medico ma la sua classe doveva essere sprigionata in un rettangolo verde, nella sua Roma. La stessa squadra che, negli anni dopo il ritiro, non ha mai bussato alla porta di quel ragazzo che sperava di poter tornare a casa per salvarsi da una depressione rivelatasi poi fatale. La Roma, Roma e Agostino, nel bene e nel male saranno sempre legati. Da i tornei all’oratorio, al debutto a San Siro, dal trasferimento al Milan agli anni di Salerno, dalle testimonianze di giocatori e allenatori al commovente ricordo del figlio: “Perché papà, io non ci ho mai creduto e non voglio crederci che in quell’attimo estraneo all’intelletto tu hai pensato a quella stupidissima partita di calcio.”




