Le elezioni della paura

Le elezioni della paura

È la paura ad aver dominato questa tornata elettorale. Nella maggior parte dei casi la paura di perdere che ha reso immobili tutti gli schieramenti. Nessuno ha preso rischi e tutti hanno cercato di abbassare i toni

A giugno milioni di cittadini italiani andranno a votare per decidere il proprio sindaco. Le città nella corsa elettorale sono le più importanti d’Italia, ma nessun partito si sta mettendo veramente in gioco.

Dopo un inizio scoppiettante per entrambi gli schieramenti (per il centrosinistra segnato dalle irregolarità evidenti che hanno viziato le elezioni primarie, mentre per il centro destra dalla situazione tragicomica della scelta del candidato per Roma), questa tornata elettorale si è sopita facendo emergere la paura. La paura di vincere, in alcuni casi, ma di più, la paura di esporsi troppo con annesso rischio di prendere una batosta elettorale poi troppo difficile da recuperare.

Ma andiamo con ordine e proviamo ad analizzare come siano le situazioni nelle 3 principali città al voto: Napoli, Milano e Roma. Per quanto riguarda la città partenopea i giochi sembrano chiari: un forte Luigi De Magistris è in testa e pronto ad affrontare tutto e tutti (governo in primis) e probabilmente se la dovrà vedere al ballottaggio con il candidato di centro destra Gianni Lettieri.

Vittoria Valente (Pd) paga la scelta di candidare il personaggio del suo staff ripreso da FanPage a dispensare euro per votare alle primarie, ed è quindi in calo e probabilmente fuori dalla corsa; così come il candidato 5stelle Matteo Brambilla, scelto dalla rete, ma senza aver mai avuto grandi possibilità per la vittoria finale. Ad ogni modo si tratta di un’elezione che per ora non ha avuto una grossa risonanza a livello nazione, sia per gli scandali che hanno interessato il Pd, sia perché sono i partiti stessi a non voler che se ne parli, in quanto il papabile vincitore non è iscritto a nessuno di essi.

Situazione più stabile, nella sua anormalità, a Milano: i candidati si sono presentati subito in maniera chiara e le squadre sono state immediatamente ben divise e delimitate: da una parte Giuseppe Sala e l’eredità della gestione EXPO, e dall’altra un centro destra unito e compatto per la candidatura di Stefano Parisi. Il Movimento 5 Stelle paga in parte il passo indietro fatto da Patrizia Bedori, scelta dalla rete ma ritiratasi per sua scelta causa troppa pressione mediatica. I sondaggi danno il suo sostituto, Gianluca Corrado, attorno al 20%; percentuale non sufficiente per arrivare al ballottaggio ma che risulterà decisiva appunto al secondo turno. Infatti la situazione è di sostanziale equilibrio nella capitale economica del Paese, con Sala in leggero vantaggio, ma in calo, e Parisi che guadagna sempre più sostegno. A creare problemi al candidato Pd sono, da una parte, la piccola frattura avvenuta a sinistra con la candidatura di Basilio Rizzo, e dall’altra la decisione di chiudere il bilancio di EXPO solo dopo il voto, lasciando così ai milanesi il dubbio che i conti dell’esposizione universale non siano fantastici. Ma al di là di questo, anche nelle elezioni milanesi abbiamo visto poco presenti i big nazionali di partito, che anche in questo caso hanno preferito lasciare che le cose rimanessero legate solo al comune di Milano, senza aver ripercussione su temi e situazioni nazionali.

Storia a sé, invece, fa Roma. La situazione si è mostrata subito paradossale, già dalla decisione della giunta di far cadere l’ormai ex sindaco Marino, figura poco allineata e scomoda. Nel centro-sinistra, il Partito Democratico ha deciso di non affidarsi ad un nome forte, ma di lasciare la patata bollente a Roberto Giachetti, che a sua volta ha praticamente deciso di non fare campagna elettorale. Anche qui, inoltre, si è creata una spaccatura a sinistra, con la candidatura di Stefano Fassina (escluso e poi rientrato in corsa con l’approvazione del Consiglio di Stato), a cui i sondaggi assegnano tra il 6% e il 9%. Nel centro destra le cose sono state più complicate. Si è passati da un’assurda ed irrazionale candidatura di Guido Bertolaso, alle ‘gazebarie’ (senza valore né politico né tanto meno statistico) improvvisate dalla Lega Nord, ai banchetti organizzati da Forza Italia, fino ad arrivare alla spaccatura che ha portato da una parte, il padre dell’attuale centro destra, Silvio Berlusconi, ad appoggiare la candidatura civica di Alfio Marchini, e dall’altra i due “figli ribelli”, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, a sostegno della candidatura di quest’ultima. Candidatura che sottende però il chiaro e dichiarato intento di Salvini di proclamarsi leader di tutto il centro destra, spodestando così il ‘vecchio’ Silvio. In tutto ciò, il Movimento 5 Stelle si ritrova primo, e con un netto vantaggio, senza aver fatto praticamente nulla. Grazie anche alla pessima fama che i partiti ‘tradizionali’ hanno in città, al movimento di Grillo è bastato trovare un candidato convincente, di bella presenza e con la risposta sempre pronta, Virginia Raggi, per balzare in testa ai sondaggi e avere in tasca la possibilità di governare la capitale d’Italia.

Dopo questi brevi riassunti sulle principali città italiane al voto proviamo a tirare le somme di quanto detto. La prima cosa che salta all’occhio è la scelta chiara ed inequivocabile del Pd di non caricare di eccessiva importanza queste amministrative, scegliendo candidati non di grande impatto mediatico e mantenendo i toni sempre bassi e circoscritti ai comuni, cercando di togliere responsabilità al governo nazionale in caso di sconfitta (molto probabile a Roma e Napoli e ancora possibile a Milano). Tutto ciò è stato pensato per non indebolire eccessivamente un’altra campagna elettorale molto più importante per il partito: quella sul referendum costituzionale di ottobre.

Dall’altra parte invece, nel centro destra, si notano scelte interessanti. L’unico nome che è riuscito a riunire Forza Italia e Lega Nord è stato Parisi a Milano, il quale, tuttavia, per ora si trova in svantaggio. Dove la vittoria sarebbe stata semplice, ovvero a Roma, non si è riusciti a trovare un accordo e il rischio maggiore, che i sondaggi impietosamente mostrano, è che sia la Meloni che Marchini arrivino intorno al 20% dei consensi, non raggiungendo nessuno dei due il ballottaggio e lasciando così campo aperto alla sfida tra il Pd e il M5S. Alla fine dei conti, questa battaglia interna per avere le redini del centro destra rischia non solo di portare alla sconfitta, lasciando il comune più importante d’Italia in mano agli avversari, ma di non avere nemmeno un vincitore in quanto il risultato potrebbe essere di sostanziale pareggio tra le due ali che si sono create. Un risultato che forse sarebbe potuto essere diverso se Salvini e Meloni avessero avuto più coraggio a tagliare il cordone che ancora li lega alla ‘vecchia politica’ berlusconiana.

Il Movimento 5 Stelle, d’altro canto, non sembra aver strutturato una strategia a livello nazionale, decidendo di puntare forte su Roma (e, in parte, Torino) senza sprecare troppe energie in altre città nelle quali le speranze di vittoria erano molto basse già in partenza.

Per concludere, la strategia politica l’ha fatta da padrona in questa tornata elettorale e di certo queste elezioni amministrative sono molto più importanti di quanto media e politica vogliano farci credere. Mancano ancora 3 settimane al voto e certamente il dibattito si accenderà, ma il tempo stringe e alla fine, come sempre, la palla sarà solo e soltanto in mano ai cittadini che andranno alle urne.

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