Raduno leghista a Pontida, Salvini: «Ho portato il partito dal 4 al 14 per cento»

Raduno leghista a Pontida, Salvini: «Ho portato il partito dal 4 al 14 per cento»

 Lega Nord Pontida«Il discorso che sto facendo qui oggi lo faccio a braccio, non lo ho scritto con degli spin-doctor capaci di suggerirmi citazioni colte. Il mio discorso nasce dall’aver ascoltato quello che lavora alle salamelle, e il militante di un paesino dove ho tenuto un comizio e la mamma che mi ha raccontato i problemi del figlio. L’ho scritto parlando con voi che volete cambiare l’Italia», è un Salvini “ruspante” quello che parla da Pontida, dove ogni anno il popolo leghista viene chiamato a radunarsi su quel «pratone» dove a farla da padrona c’è anche una grossa ruspa «per far giustizia di tanti errori. La ruspa la uso per Renzi non per qualcun altro. La ruspa la usiamo per far ripartire il lavoro. Prima mandiamo a casa Renzi e poi sgombriamo i campi rom».

Sono ormai quindici anni che la Lega Nord si dà appuntamento in questo piccolo comune bergamasco che viene letteralmente invaso dai militanti leghisti, immersi in un’atmosfera che mescola slogan politici al folklore delle sagre. Quest’anno si respira un’aria diversa, come i colori che vedono affiancare il tradizionale verde al blu delle magliette con la ruspa: «L’anno scorso eravamo qua per ricostruire e ripartire. Non mi interessano alleanze partitiche ma parlare a quel 50 per cento di italiani che non votano e non ci credono più. Quest’anno siamo ripartiti e siamo qua per vincere. Abbiamo le idee e gli uomini giusti, vogliamo prendere un voto in più di Renzi e andare al governo a cambiare le cose», dicendosi pronto a non dire più vaffanculo se questo servisse per andare al Governo.

Salvini non si è fatto mancare nulla, dalle cornamuse che scandiscono il suo ingresso sul palco accompagnato dai bambini, simbolo del futuro e che dovranno «vivere liberamente la terra dei nonni», alle bandiere e ai cori da stadio, alle delegazioni leghiste che arrivano dal Sud, alle citazioni, partendo da quella di San Francesco come richiamo alla normalità come scelta. Lui stesso, parafrasando Papa Giovanni Paolo II, si definisce «una persona normale. Io da solo non vado da nessuna parte. Se sbaglio mi correggerete, perché io ho tanti difetti. Non ho paura di confrontarmi con chi è migliore di me. L’avversario di Renzi non sono io, ma lui stesso. La sua boria, la sua incapacità di scegliere le persone giuste ma di preferire le mediocri».

È interessanti notare come Salvini riesca a fondere la tradizione della Lega, di un partito cioè che non intende cambiare perché «la Lega è una comunità di uomini e donne, ricchi, poveri, pensionati, giovani, professionisti e agricoltori. E’ un’anima, un’idea con la quale sono cresciuto e morirò. Speriamo il più tardi possibile. Perché ora non esistono più destra e sinistra ma produttori e parassiti, e noi stiamo coi produttori”», con una spinta verso una linea nazionale, che viene testimoniata dalle molteplici delegazioni del Sud: «Stiamo ragionando su una Pontida del Sud. Ci sono già proposte di località pronte ad accoglierci», sottolineando dal palco l’amicizia con il Sud, «siete miei fratelli. Se noi vinciamo, lo facciamo tutti assieme da nord a sud». Una linea che sembra dar ragione al Presidente che dice: «Ho portato il partito dal 4 al 14 per cento, qualche voto l’ho preso».

Non manca la dimensione familiare, con la presenza della figlia Mirta che indossa la maglia «Ruspe in movimento», o quella da compagnoni con l’abbraccio ad Umberto Bossi perché la Lega «non archivia e non pugnala», subito però rimesso in discussione da un senatur contro alla linea nazionale, saldamente ancorato al nazional-padano perché «il Nord è contro quello che è italiano».

Salvini spazia da temi come quello dell’Europa che viene definita «un’Unione Sovietica criminale che vuole ammazzare le identità e le diversità», all’accenno polemico rivolto al Papa: «Mi fa piacere che Papa Francesco a Torino abbia trovato il tempo per incontrare dei rom e sono sicuro che avrà incontrato anche i torinesi esodati», ad una richiesta di abolizione delle sanzioni contro la Russia «che sta cancellando posti di lavoro in Europa», invidiando «gli inglesi che hanno Cameron, i russi che hanno Putin e gli ungheresi che hanno Orban».

Insomma, c’era un po’ di tutto nel calderone dei temi affrontati, dalle nuove battaglie anti-euro, anti-burocrazia, anti-immigrazione e anti-rom, cavalli di battaglia sostituti della ormai abbandonata battaglia contro il Meridione che fagocitava aiuti statali, fino al sostegno al Family Day e alla famiglia tradizionale.

Paola Mattavelli
22 giugno 2015

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