Il generale e la città: Carmelo Burgio e la scommessa di Vannacci su Milano

L’8 agosto, dal palco della Versiliana, Roberto Vannacci ha sciolto la riserva che manteneva da settimane: il candidato sindaco di Futuro Nazionale alle comunali di Milano del 2027 sarà Carmelo Burgio, generale di Corpo d’armata dei Carabinieri in congedo, classe 1957. Il 23 luglio il leader del movimento aveva anticipato che il nome sarebbe stato quello di una persona con esperienza specifica nel campo della sicurezza e che lo avrebbe reso noto prima della pausa estiva.
Il modo in cui l’annuncio è stato dato conta quanto il nome. Vannacci ha presentato Burgio come un collega, un uomo delle istituzioni, un ex paracadutista con un passato alla Direzione investigativa antimafia, abituato ad avere successo dove altri falliscono. Ha promesso una Milano che tornerà a essere la città della Madonnina e non quella dei «maranza». E ha chiuso con la frase destinata a monopolizzare il dibattito delle ore successive: se glielo chiedessero, Burgio saprebbe come «rastrellare Rogoredo», per di più senza bisogno dei consigli del prefetto Franco Gabrielli, ex capo della Polizia e, fino a febbraio, delegato del sindaco Sala alla sicurezza.
IL CURRICULUM, SENZA AGGETTIVI
Le fonti aperte restituiscono una carriera lunga e coerente con quella di un ufficiale generale dell’Arma. Il primo incarico, nel 1980, è al 1º Reggimento carabinieri paracadutisti «Tuscania» di Livorno; nel 1982 partecipa alla missione in Libano; è poi comandante di sezione e vicecomandante del Gruppo di intervento speciale e viene impiegato nei servizi di scorta al presidente Francesco Cossiga. Dal 1987 al 1993 comanda la compagnia e poi il Reparto operativo di Cagliari. Seguono le missioni all’estero, in Bosnia, in Libano, in Iraq, dove nel 2003, subito dopo l’attentato di Nassiriya del 12 novembre, assume il comando del reggimento Multinational Specialized Unit.
Il capitolo che la campagna mette al centro è quello casertano: quattro anni, dal 2004 al 2008, come comandante provinciale dei Carabinieri e come capo prima del I e poi del III Reparto della Direzione investigativa antimafia, negli anni del contrasto al clan dei Casalesi. Poi la scalata ai vertici: generale di divisione nel 2017, dal 23 luglio 2019 comandante delle Scuole dell’Arma, dal 17 gennaio 2020 alla guida del Comando interregionale «Culqualber» di Messina e, dal 13 gennaio 2021, del Comando interregionale «Podgora» di Roma, incarico lasciato nel giugno 2022 al compimento dei sessantacinque anni.
Oggi Burgio vive a Tirano, in Valtellina, ed è opinionista per il portale toscano In Lucca Veritas e per altre riviste, dove ha difeso Vannacci fin da quando il suo libro Il mondo al contrario lo rese un caso nazionale, e anche quando lo stesso Vannacci è stato indagato e poi archiviato, come racconta lui stesso.
UN CANDIDATO CHE VIENE DA FUORI
Burgio è nato ad Anzio, ha un marcato accento romano e in carriera non ha mai avuto incarichi a Milano. Dice di frequentare la città dal 2013 per motivi personali, fino a due fine settimana al mese, e di averla imparata a piedi. Ai critici risponde con il paragone dei comandi: anche Cagliari, Trapani, Caserta e l’Afghanistan gli erano sconosciuti, e li ha conosciuti grazie allo staff che si è scelto; e nascere a Milano, aggiunge, non è garanzia di buon governo.
Il 13 agosto Matteo Salvini ha colpito il punto debole: non sa quanto Burgio conosca Milano, ha detto, e un generale che vuole mettere ordine in città e ha paura di passeggiare in Stazione Centrale lascia qualche perplessità; parlare di rastrellamenti, ha aggiunto, è fuori luogo.
Il programma, ha spiegato nel primo incontro con la stampa, ancora non c’è: sarà pronto nelle prossime settimane. Lo slogan è «Il futuro ritorna a Milano»; la sicurezza è, nelle sue parole, il prerequisito per fare bene tutto il resto. Alcune posizioni sono già emerse. È scettico sulla demolizione di San Siro, per i costi di smaltimento, e avrebbe puntato su un recupero. Ha detto che a Milano chi non è ricco è penalizzato, frase che sembra rivolta più alle periferie che a Piazza Affari. Ha attaccato Sala sul caso Ramy, criticando l’ipotesi di un riconoscimento comunale al padre del giovane morto dopo un inseguimento con i Carabinieri e sostenendo che i militari non siano stati difesi dal Comune.
UNA PAROLA E I SUOI FANTASMI
«Rastrellamento», nella memoria civile italiana, non è una parola neutra: evoca le operazioni con cui, tra il 1943 e il 1945, nazisti e fascisti repubblicani cercavano partigiani, ebrei e renitenti alla leva casa per casa, quartiere per quartiere. Vannacci l’ha scelta per parlare di Rogoredo, il quartiere milanese noto per il boschetto dello spaccio, e la scelta non ha l’aria di un incidente lessicale: lo riconosce lo stesso Burgio, secondo cui il collega ha voluto colpire anche l’immaginazione.
Burgio ha preso le distanze dal termine senza rinnegare la sostanza. Ai microfoni di LaPresse ha spiegato che ciò che Vannacci chiama rastrellamento è, tecnicamente, un insieme di «operazioni ad alto impatto» o di operazioni coordinate di controllo del territorio, e che schierare duecento uomini in una zona della movida per controllarla a tappeto è la stessa cosa comunque la si chiami; ha aggiunto di non auspicare, con questo, che qualcuno venga caricato su vagoni piombati e portato ad Auschwitz. A il Giorno ha poi assicurato che non farà rastrellamenti. Pierfrancesco Majorino, tra i candidati del centrosinistra, ha attaccato duramente le parole di Vannacci, sostenendo che un sindaco non può far «rastrellare» un territorio.
Nella stessa intervista Burgio contesta il metodo del suo bersaglio polemico: sostiene che Gabrielli proponga a sua volta grandi servizi di controllo di massa e che la differenza sia dunque più di etichetta che di sostanza. È una lettura del candidato, che dalle fonti a nostra disposizione non possiamo riscontrare nelle parole originali dell’ex capo della Polizia.
C’è poi un punto che la polemica lessicale rischia di oscurare, e che riguarda le competenze. Ordine pubblico e sicurezza sono materia di legislazione esclusiva dello Stato (articolo 117, secondo comma, lettera h, della Costituzione), con l’eccezione della polizia amministrativa locale. Le forze di polizia a competenza generale rispondono al prefetto, autorità provinciale di pubblica sicurezza, e al questore. Il sindaco governa la polizia locale, siede come sindaco del capoluogo nel Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica presieduto dal prefetto, esercita come ufficiale del Governo i poteri dell’articolo 54 del testo unico degli enti locali, comprese le ordinanze contingibili e urgenti in materia di sicurezza urbana, e può sottoscrivere con il prefetto i patti per la sicurezza urbana previsti dal decreto-legge 14 del 2017. Non ordina operazioni di polizia: le sollecita, le coordina, le rende praticabili.
Il sindaco non ordina rastrellamenti: al più chiede uomini al prefetto e governa una polizia locale.
Burgio lo sa, e lo dice: come sindaco, ha spiegato, non gli spetterebbe fare lo sceriffo o il poliziotto, e un primo cittadino che si contrappone al prefetto sbaglia. La promessa di rivoltare la città come un calzino, dunque, non è mantenibile con gli strumenti del solo ufficio, passa dalla capacità politica di ottenere più uomini e più presidi dal governo e di far funzionare il tavolo con la Prefettura.
NUMERI E PERCEZIONE
Il perno del discorso di Vannacci e di Burgio è che Milano sia una città insicura. I dati non consentono una risposta a senso unico. Nell’Indice della criminalità del Sole 24 Ore, costruito sulle statistiche interforze del Viminale e riferito al 2024, Milano è prima in Italia per denunce in rapporto alla popolazione, con 6.952 ogni centomila abitanti, davanti a Firenze, poco sopra quota 6.500, e a Roma. Su scala nazionale i reati denunciati nel 2024 sono stati 2,38 milioni, l’1,7 per cento in più dell’anno precedente e oltre i livelli del 2018, quarto anno consecutivo di crescita delle denunce; ma restano circa il 15 per cento sotto il 2014. Dati provvisori sul primo semestre del 2025 indicavano invece un calo del 4,9 per cento.
INTORNO AL GENERALE
Il giorno dopo l’annuncio è nato il comitato elettorale, presentato come indipendente e apartitico e promosso, si legge nella nota diffusa, da un gruppo di imprenditori, professionisti e rappresentanti di famiglie storiche. Lo presiede Alessandro Romei Longhena, conte paracadutista, già sindaco democristiano di Noviglio, nipote di Paolo VI. Alla prima riunione, riferisce MilanoToday, era presente anche Roberto Jonghi Lavarini, detto il «barone nero», definito dalla testata storico esponente della destra estrema europea.
Occorre essere precisi su chi sia Jonghi Lavarini e su che cosa sia documentato. Nel 2021 fu tra gli indagati nell’inchiesta milanese nata dal lavoro sotto copertura di Fanpage sulla cosiddetta «lobby nera», con le ipotesi di finanziamento illecito e riciclaggio; nel febbraio 2024 il gip di Milano ha archiviato la posizione di tutti gli otto indagati, su richiesta della Procura, secondo la quale le indagini non avevano confermato quanto emerso dai video. L’archiviazione non è una valutazione politica, e la presenza a una riunione non è un’adesione: ma Jonghi Lavarini non è uno spettatore. Le note d’area lo indicano come presidente onorario del comitato «Destra per Milano» e consigliere di Vannacci; secondo testate vicine a quel mondo ha lanciato al centrodestra un ultimatum, o si sostiene Burgio o si corre da soli. Nel suo endorsement al generale ha dichiarato di condividerne gran parte delle idee e gli ha posto due condizioni: smettere di parlare di storia e circondarsi di amministratori con esperienza, facendo i nomi di Piergianni Prosperini, Renato Maturo e Max Bastoni. Non bastano, ha avvertito, militari in pensione e amici senza esperienza politica.
Il rapporto tra il candidato e l’area che lo circonda non è privo di attriti. Secondo quanto riferito da Il Foglio e ripreso da MilanoToday, nelle chat interne di Futuro Nazionale sono esplose polemiche quando Burgio ha mosso critiche al fascismo, e a scaldarsi sarebbero stati proprio il gruppo di Jonghi Lavarini, che a Milano conta non pochi iscritti al movimento, e le associazioni di familiari di reduci della Repubblica sociale; negli stessi scambi sarebbero circolate accuse durissime tra iscritti, con l’invito a un partito che non è fascista a smettere di sembrarlo. Sono ricostruzioni di seconda mano su conversazioni private e vanno lette come tali. Ma coincidono con le parole pubbliche del candidato.
Burgio si è dichiarato di destra e non fascista. Ha detto di aver contestato fin dall’inizio certe descrizioni di Vannacci, di aver spiegato in passato perché ritenga Mussolini uno sprovveduto in materia di strategia globale e di non volersi battere per il ritorno al potere di chi distrugge le libertà del cittadino: «non sono fascista», ha concluso. Ha anche offerto un’autocertificazione che le fonti aperte non permettono di verificare: gli basta, ha detto, non essere mai stato indagato, archiviato o aver patteggiato.
LA GEOMETRIA DI UN CENTRODESTRA SENZA CANDIDATO
Burgio non è soltanto un candidato: è un fattore di disturbo nella scelta che il centrodestra deve ancora compiere. Vannacci ha lasciato la Lega ed è oggi europarlamentare alla guida di un partito nato nel febbraio 2026; ha ribadito che Futuro Nazionale ci sarà alle comunali anche da solo, ma non esclude accordi. Lo stesso Burgio ha dichiarato che, se un’intesa portasse il partito a sostenere un altro candidato del centrodestra, per lui andrebbe benissimo: l’importante è vincere.
Sull’altro versante, il fronte si è scomposto. A metà agosto il consigliere comunale forzista Alessandro De Chirico spiegava a il Giorno che il dialogo con Vannacci è possibile ma il candidato dovrebbe essere civico, e che Futuro Nazionale sta svuotando di consensi la Lega. L’11 settembre Antonio Tajani ha proposto agli alleati il nome del sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago e, contemporaneamente, ha chiuso a Vannacci, definendo il suo partito, in un’uscita riportata dall’AGI, la «quinta colonna dell’opposizione». Ignazio La Russa ha ricordato che sul tavolo restano anche Maurizio Lupi e Silvia Sardone; Salvini ha fatto sapere che la Lega avrà un proprio candidato, ha detto di vedere molto bene Sardone sindaco e ha rinviato la decisione a Pontida, ribadendo al tempo stesso che il centrodestra correrà compatto.
La disponibilità a fare un passo indietro è, per Burgio, una carta politica prima che una dichiarazione d’intenti.
Il paradosso è che la contesa si gioca sul terreno delle stellette: da una parte un generale in congedo, dall’altra un sottosegretario alla Difesa in carica; da una parte la sicurezza come identità politica di un partito nuovo e all’opposizione, dall’altra la sicurezza come tema di una coalizione che governa il Paese. Sul fronte opposto anche il centrosinistra non ha sciolto i nodi: tra i nomi in campo figurano Majorino, Anna Scavuzzo e il giornalista Mario Calabresi, e l’ipotesi delle primarie resta sul tavolo.
Il sistema elettorale dei comuni sopra i quindicimila abitanti prevede il ballottaggio se nessun candidato supera la metà dei voti al primo turno. Ciò attenua il rischio di dispersione, ma non lo elimina: un candidato di Futuro Nazionale che sottraesse voti a quello della coalizione potrebbe pesare su chi arriva al secondo turno.
CIÒ CHE RESTA DA VERIFICARE
Una candidatura si giudica anche da ciò che ancora non dice. Non c’è un programma; non sono noti i nomi di una squadra oltre al comitato; non è chiaro se Futuro Nazionale a Milano sarà un competitore, un alleato o un socio di minoranza da negoziare; non è documentata, oltre il curriculum e le parole di chi lo sostiene, la parte più spendibile della biografia, quella casertana; e non è verificabile la dichiarazione sulla propria posizione giudiziaria. Sono domande a cui si può rispondere: con le carte della Prefettura e del Comune sull’attuale dispositivo di sicurezza, con gli atti dei processi ai Casalesi di quegli anni, con la voce di chi lavorò con lui, con una conversazione a tutto campo con il candidato.
Resta il senso politico dell’operazione. Vannacci ha scelto di affidare la conquista di Milano non a un politico ma a un uomo in divisa, scommettendo che nella città più esposta al dibattito sulla sicurezza l’autorità del grado possa valere più dell’esperienza amministrativa. È una scommessa legittima e non priva di logica. Ma il sindaco non è il comandante di una legione, e Milano, con una popolazione che di giorno cresce sensibilmente, una vita notturna da capitale e primati statistici che si prestano a più di una lettura, non è un teatro operativo. Il generale, per convincere, dovrà mostrare di saper fare la cosa che nessun reparto di paracadutisti può fare al posto suo: governare.




