Litfiba, il tour di Eutòpia: l’anima rock che infiamma sempre

Litfiba, il tour di Eutòpia: l’anima rock che infiamma sempre

“Eutòpia” è un luogo immaginario, anzi per essere più precisi è un’aspirazione: intendiamoci, niente a che fare col paradiso (umanamente, non tutte le trasgressioni sono da considerarsi un “peccato”), perché il benessere e la felicità sono roba possibile sì, ma solo per chi osa vivere davvero. “Eutòpia” è nella testa dei sognatori, di chi crede che nulla è impossibile, di chi non si arrende e tiene duro senza mai rinunciare alle proprie idee.

E’ un’anima rock inquieta che ha bisogno di sfogarsi, un concetto che unisce ogni essere umano libero disposto a credere che questa realtà (troppo amara e stretta) sia affare di tutti e non di pochi, e per questo mutabile in qualcosa di meglio. “Eutòpia” è Roma per una sera che si riversa al Palalottomatica con la voglia di accendersi al rock di vecchia e nuova data dei Litfiba, accompagnato incessantemente da urla di protesta e potenti appelli di ribellione diretti alle più rinomate piaghe sociali: dalla politica alla religione, dal bullismo al femminicidio, passando per la mafia.

“ROMA/PALALOTTOMATICA, 5 APRILE 2017, H. 21”. Il tempo di prendere posto, attendere qualche minuto extra prima dell’inizio dello show in compagnia di una birra fresca, concedersi il beneficio del dubbio (per chi come me si è presentato “vergine” a questo appuntamento live) e nel frattempo iniziare a caricare le scorte di energia con i videomessaggi (trasmessi su maxi-schermo) di condanna ad ogni tipo di violenza, attraverso i volti e le voci dei ragazzi di “MABASTA – Movimento Anti Bullismo”, del prete anarchico Don Andrea Gallo, Ilaria Cucchi (fratello del ben più noto Stefano, vittima di violenza da parte delle forze dell’ordine) e Gessica Notaro (sfregiata con l’acido dall’ex fidanzato). Quanto basta, insomma, per distrarsi dai movimenti dei tecnici di palco impegnati nelle ultime rifiniture. Allo spegnimento delle luci si alza il classico boato da stadio degno anche di un “12 mila posti” come il Palalottomatica, accompagnato dall’ingresso preliminare della sezione ritmica composta da Franky “Ciccio” Li Causi (ex Negrita) al basso, Fabrizio “Simoncia” Simoncioni (sound engineer e produttore) alle tastiere e Luca Martelli (dal 2012 alla corte dei “diavoli”) alla batteria. Ma è con il sopraggiungere sul palco di Piero Pelù e Ghigo Renzulli che il popolo della “Grande Nazione” si infiamma letteralmente, aizzato dal grido di accoglienza dello stesso frontman “RAGAZZACCI! SIETE PRONTI AL MEGLIO?”.

Non poteva che essere “Lo Spettacolo” (1995) l’inno di apertura per quella che nel corso delle sue 2 ore e mezza di durata si sarebbe rivelata una vera e propria liturgia intrisa di energia positiva, impegno sociale e ripasso di quasi 40 anni di storia di quel “rock italiano” ancora degno di simile appellativo.

La scaletta, da qui in avanti, non smentisce le aspettative di quanto già visto nelle precedenti date di Padova (29/03, Kione Arena) e Milano (31/03, Mediolanum Forum), ed infatti una dopo l’altra si susseguono le cavalcate rock figlie della “Trilogia degli Stati” (iniziata nel 2010 con “Stato libero di Litfiba”, passata per “Grande Nazione” nel 2012 e conclusasi col più recente “Eutòpia”) e vere e proprie grida di ribellione rivolte ai potenti della terra sempre intenti a perseguire i loro ignobili obbiettivi in nome di qualsivoglia bandiera politica o religiosa. Il messaggio di fondo che si rivela durante la successione incalzante dei brani “Grande Nazione” (2012), “Il Dio del Tuono” (2016), “L’Impossibile” (2016), “Sole Nero” (2010) e “Straniero” (2016) rispecchia quello di un vero e proprio manifesto esortativo più volte ribadito nel corso della serata dal buon Pelù, ovvero quello di avere sempre il coraggio di vivere, continuare a sognare e combattere affinché si possa davvero riscrivere la storia di questo mondo.

TUFFO NEL PASSATO”. I tempi morti non sembrano essere di casa qui al Palalottomatica (se non per qualche tabagista incallito), ed è con “Vivere il Mio Tempo” (1999), “Spirito” (1995) e “Fata Morgana” (1993) che gli eredi degli anni 90 come il sottoscritto possono concedersi qualche brivido in più intriso di nostalgia, complice se vogliamo anche una scenografia di palco piuttosto convincente (tra luci ad effetto e proiezioni combinate sullo schermo), e ovviamente la bravura virtuosistica di Ghigo, Simoncia, Franky e Martelli.

Riesco a tornare davvero con i “piedi per terra” solo dopo “La Mia Valigia” (2012, uno dei brani che adoro maggiormente dell’intera carriera dei Litfiba), giusto in tempo per riprendere le celebrazioni e le dichiarazioni di intenti in puro stile rock con “Maria Coraggio” (2016), “Dimmi il Nome” (2016) e “In Nome di Dio” (1993), dedicate a chi oggi combatte la mafia come Lea e Denise Garofalo, alle sue vittime sparse su tutto lo stivale e agli sporchi affari della religione.

Passando poi per le trascinanti “Tex” (1988), “Intossicato” (2016) e “Resta” (1986), si giunge alla solennità di un brano che a suo modo ha fatto la storia della carriera dei Litfiba, introdotto dallo stesso Piero Pelù come un “canto che ci ricorda quanto è difficile accettare la diversità”: “Lulù & Marlene” (1985).

A questo punto, molti sono quelli che iniziano ad abbandonare il loro posto a sedere in uno dei tre anelli della più grande arena indoor della Capitale per riversarsi direttamente sul parterre (o almeno provarci), perché lo show si appresta a raggiungere il suo apice in chiave completamente ludica. D’altronde, Eutòpia anche questo!

“Gioco ed erotismo”. Il pop rock della “Regina di Cuori” (1997) scalda i bacini quanto basta per cominciare “a fare sul serio”, ed il primo a giocare con le provocazioni è sempre il buon Piero.

L’ultima volta che siamo venuti qui abbiamo eletto Roma la capitale più ferormonica d’Italia…vediamo se anche stavolta sarete così caldi!”, è l’invito a fare spazio ai pensieri peccaminosi che sulle ultime note della canzone si traducono con l’esibizione di una “quarta abbondante” da parte di una bionda situata sottopalco, eletta per questo gesto così generoso la “Regina di Cuori della serata”.

Il gioco dei Litfiba continua con l’esorcismo ironico da parte del “vescovo” Pelù del rituale del matrimonio attraverso “Gioconda” (1990), per poi tornare ai ritmi più serrati e quasi psichedelici di “Lacio Drom” (1995), “Gira Nel Mio Cerchio” (1986), e dell’insospettabile medley “Break On Through (to the Other Side)” dei The Doors e “Tequila” (1989). Il Palalottomatica viene così invitato all’ultima, vera possibilità di dare libero sfogo al proprio spirito ribelle, accompagnando con i movimenti più sfrenati e il sudore il brano definitivo della band fondata dal duo Pelù-Renzulli ben 37 anni fa: “El Diablo” (1990).

La liturgia raggiunge la sua massima espressione ludica durante l’esecuzione del pezzo, con l’appello del solito leader della band di Firenze a tutti i “ragazzashish” presenti nella struttura ad inginocchiarsi ed invocare la benedizione del Diablo, prima di lasciare spazio all’ultimo brano della scaletta, “Eutòpia” (2016), con un chiaro e semplice messaggio di saluto che suona più come un monito: “Non smettete mai di sognare, perché tutto è veramente possibile. Ci rivediamo a Eutòpia, ragazzacci!”.
Il vecchio cuore pulsante con le corna dei Litfiba sembra mostrare tutto tranne i segni dell’età, testimoniati dall’energia quasi invidiabile dell’ultra 50enne Piero Pelù, il talento ritrovato e ancora fresco dopo anni di Ghigo Renzulli e la scelta di un organico di musicisti di tutto rispetto, se si considerano la rinomata esperienza musicale di Simoncioni, la seconda vita di Franky Li Causi (scampato all’ultra scivolata pop dei Negrita degli ultimi tempi) e alla nomea di “grande picchiatore” della batteria di Martelli.

Una serata indimenticabile per i vecchi e nuovi fan della band, o almeno per quelli che hanno voluto per l’occasione trascendere i limiti della ragione in nome delle emozioni forti e positive ripercorrendo insieme ai propri beniamini quasi 40 anni di storia del rock e dell’umanità. E nutrendo il proprio bagaglio personale, oltre che con l’energia pura della musica, con i più onesti messaggi di rivalsa e di lotta in nome di un mondo “migliore” che sembra tutto fuorché realizzabile. Ma, come vuole la lezione serale dei Litfiba, “l’impossibile è solo benzina della mente!”.

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