Depeche Mode: “Spirit” [RECENSIONE]

Depeche Mode: “Spirit” [RECENSIONE]

 

Abbiamo recensito il nuovo album dei Depeche Mode, ecco le nostre impressioni su “Spirit”.

Il culto e la venerazione osservano di base regole tutte loro, per lo più forgiate nel corso del tempo; questo almeno per quanto concerne i casi propriamente religiosi, dove si richiederebbe necessariamente un’analisi certosina e spesso interminabile.

Nell’ambiente musicale, al contrario, la devozione rispetto ad un determinato artista risponde a dettami che andrebbero ricondotti unicamente alla “variabile commerciale”, legata a sua volta alla capacità produttiva dell’artista stesso. Se poi consideriamo anche i tratti distintivi di un preciso contesto storico, il passo successivo sarà quello di legittimare una vera e propria consacrazione (dell’individuo o del gruppo,) che se da una parte fisserà per sempre i successi ottenuti nella memoria collettiva dall’altra renderà relativamente immuni da ogni tipo di critica costruttiva.

Da questo punto di vista, nemmeno i Depeche Mode sembrano poter sfuggire a questa chiave di lettura propriamente mainstream, ed essendo io un fan piuttosto distaccato non ho potuto fare altro che osservare e cogliere ogni tipo di sfumatura rispetto all’entusiasmo o all’indifferenza di amici e conoscenti (ben più sfegatati di me della formazione synth-pop capitanata da Dave Gahan) suscitati in seguito all’ascolto di “Spirit”, ultima fatica discografica rilasciata ufficialmente il 17 marzo (sebbene fosse già disponibile sul sito di Bandcamp).

Che i Depeche Mode avessero iniziato a convincere sempre meno la critica e il pubblico è ormai un dato di fatto certificato da diverso tempo, per la precisione subito dopo la gloriosa parentesi degli anni 90. Difficile oggi, infatti, incappare in qualche serata a tema (pub o discoteche) dove non vengano proposte puntualmente le solite vecchie perle, da “Just Can’t Get Enough”, a “Enjoy The Silence”, passando per “Personal Jesus”. Ma se dovessi andare in giro a domandare ai fan cosa li spinga ancora oggi ad affannarsi nella corsa al biglietto per quello che ogni volta (nel nostro Paese) sembra essere un evento quasi epocale, sono abbastanza sicuro di finire col trovare sempre la solita risposta, semplice e priva di qualsiasi argomentazione valida: perché sono loro, i Depeche Mode! Ah, i vantaggi di essere una band di culto.

Come spiegare, altrimenti, il bruciante entusiasmo generatosi all’indomani delle tre tappe italiane annunciate alla fine del 2016 (e che, attualmente, “minaccia” di condurre lo Stadio di San Siro a Milano e il Dall’Ara di Bologna ad un prevedibile sold out), senza il previo ascolto dell’ultimo album e nella piena consapevolezza dei tratti poco convincenti di quelli partoriti almeno da “Exciter” (2001) in poi?

Spirit” (Columbia Records) è il quattordicesimo lavoro in studio firmato da Dave Gahan, Martin Lee Gore e Andrew Fletcher, che per l’occasione si sono avvalsi dell’esperienza di James Ford (già membro dei Simian Mobile Disco e produttore di Arctic Monkeys, Klaxons e Mumford & Sons) con l’obbiettivo, voluto o meno, di rifugiarsi nella cara vecchia nostalgia canaglia (ripescando da lavori più vecchi e fruttuosi) e rinfrescare, senza snaturare, lo stile di una band da sempre in bilico tra il rock e l’elettronica. “Where’s The Revolution” (singolo apripista rilasciato il 2 febbraio scorso) potrebbe riassumere tranquillamente nei suoi 4 minuti e 59 secondi tutto ciò che potreste mai trovare in questo album: decadenza, fallimento, delusione, retrocessione.

Una specie di “discorso alla nazione” che racconta dell’uomo moderno e del suo habitat, e cerca di smuoverlo dalle sue fondamenta, seppure in maniera non troppo convincente. Del resto, anche la prima traccia “Going Backwards” non dissuade dalle tematiche a sfondo politico, accompagnando l’ascoltatore tra le sonorità elettro-rock cupe scelte per l’occasione, unite ad un testo molto diretto (“…We are not there yet / we have lost our soul / The course has been set / We’re digging our own hole / We’re going backwards, armed with new technology / Going backwards to a cavemen mentality…”). La chitarra respira a pieni polmoni nella ballad “The Worst Crime”, in tempo per restituire un protagonismo quasi assoluto ai synth scalpitanti di brani come “Scum”, “You Move”, “Poison Heart”, “So Much Love” e una parvenza vagamente pinkfloydiana alle tracce “Cover Me”, “Eternal” e “No More (This is the Last Time)”. La coda, infine, viene affidata a “Fail”, dove il messaggio di fondo già intriso di amarezza e acquiescenza viene ulteriormente sintetizzato dal verso “we’re fucked”, al cospetto di un futuro distopico dal quale sembra impossibile, a detta di Gahan e soci, svincolarsi (“…People, how are we coping? / It’s futile to even to even start hoping / That justice will prevail / That truth will tip the scales / Our dignity has sailed / Oh, we’ve failed”).

Sostanzialmente, “Spirit” è un album senza infamia né lode, ben più povero di aspettative del precedente “Delta Machine” (2013) e privo di brani memorabili (a meno che non vogliate essere di “manica larga” o la radio non ve le pompi in macchina fino all’esaurimento): in pratica, un lavoro di cui non se ne avvertiva la necessità, ma al tempo stesso non nuoce neppure alla musica. Il peso di essere una band di culto, del resto, è più che palpabile, ma continuare a puntare quasi esclusivamente sulla qualità delle performance live comincia seriamente ad essere una scappatoia non più così tollerabile (non solo per quel che riguarda i Depeche Mode, ovviamente).

Difficile sicuramente sapersi rinnovare dopo quasi 40 anni di carriera e aver restituito alla storia della musica dischi di successo come “Music For The Masses” (1987) o “Violator” (1990), ma a questo punto verrebbe da chiedere alla band di Basildon (UK) come sia possibile farsi promotori di un messaggio di rivoluzione se a mancare in quest’ultimo lavoro è proprio un tale “spirito”.

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