L’importante è avere un…“Bollani”!

L’importante è avere un…“Bollani”!

Italia, popolo di santi, poeti e navigatori…e paese dalle molteplici eccellenze sempre più (ahinoi!) abbandonate alla negligenza dei nostri governanti. Nel caso specifico, non è un mistero che questo nostro “mal ridotto” stivale rappresenti da secoli un punto di riferimento per molti musicisti stranieri e, dettaglio ancor più importante, non abbia mai smesso a suo modo di partorire numerosi talenti. E sì che l’italiano medio non immagina nemmeno lontanamente quanto questi ci vengano invidiati all’estero (della serie “altro che Tiziano Ferro e Laura Pausini”, attualmente gli “artisti” più venduti oltreoceano). Personalmente, poi, affidarmi ogni tanto ai blandi tentativi di rilancio culturale offerti da quel “caro” (in senso strettamente pecuniario) servizio pubblico radiotelevisivo che è la Rai ha costituito, in più di un’occasione, ragione di profondo disagio sociale e patriottico, piuttosto che di vanto e arricchimento culturale. Ma come spesso può accadere, la boccata d’ossigeno si è rivelata inciampando quasi per sbaglio nei meandri da sempre snobbati del palinsesto tv di seconda serata della “giovane” terza rete, e più precisamente al cospetto di quel fenomeno musicale fino a quel momento (per me) sconosciuto che è Stefano Bollani. Il programma a cui mi riferisco è “Sostiene Bollani” (andato in onda su Rai 3 per due stagioni, dal 18 settembre al 23 ottobre 2011, e poi dal 29 settembre al 3 novembre 2013), e il piacere di una tale scoperta non può essere in alcuna maniera esemplificabile per quanto io possa mettermici d’impegno, ma dirò semplicemente questo: chi come me è “affamato” veramente di musica non potrà negare di aver provato un sincero apprezzamento verso un programma del genere, vagamente didattico e, cosa ancor più gradita, straordinariamente accessibile anche all’essere più profano (che della musica, probabilmente, ne fa al massimo niente più di un blando sottofondo da sostituire ai rumori della città). Insomma, un amore a prima vista (e ascolto) per questo eclettico pianista che, se per anni è passato in sordina all’interno di questi nostri confini nazionali per varie ragioni, ad oggi merita un doveroso tributo non solo in quanto pura eccellenza nostrana e/o custode (senza esagerare) della cultura italiana, ma soprattutto per aver restituito alla musica stessa un linguaggio del tutto nuovo e alla portata di tutti.

SUONARE, RECITARE, GIOCARE.

Appassionarsi al “personaggio” di Stefano Bollani è relativamente semplice: vi basterà fare un po’ di zapping sul canale Youtube per incappare in qualunque tipo di intervista alla quale il pianista milanese si sia mai sottoposto (e vi assicuro che non sono poche), e farete i conti non solo con la sua spiccata maestria rispetto agli 88 tasti bianchi e neri, ma anche con la sua naturale vena cabarettistica che,come lui stesso confessa, si porta appresso sin dai banchi di scuola (dove magari le povere vittime di qualche imitazione erano i professori o i personaggi dello spettacolo visti alla tv). E sì che a domandarglielo anche adesso se tutto questo faccia parte di un personaggio sapientemente studiato o si tratta semplicemente di farina del suo sacco, Stefano, risponderebbe: “Sin da piccolo ho sempre desiderato fare  l’attore o il cantante – insomma, uno tra i due che stava lì sul palco e strappava applausi!  – Quindi quella di esprimermi attraverso una delle due forme d’arte è sempre stata un’esigenza, finché quasi per caso non è arrivato il pianoforte”. Accompagnare la voce con qualche strumento (che fosse la chitarra o il pianoforte): questo era l’essenziale! Lo humor, invece, è diventato col tempo quel fattore aggiunto che si è andato naturalmente a legare alla triplice accezione del verbo to play di derivazione inglese: suonare, recitare, giocare. Una combinazione che, con il suo talento e la sua simpatia, Stefano non ha mai smesso di portare sui palchi di tutto il mondo (dal Giappone al Brasile), fornendo di fatto una percezione della musica ben più autentica di quanto siamo abituati a pensare, smontando (parole sue) “l’idea che la creazione debba sempre e comunque nascere da uno stato di difficoltà, di disagio, di sofferenza. Che le canzoni d’amore più belle siano quelle scritte sinceramente, ispirate alle proprie vicende. Che solo dalla strada debbano venire i grandi dell’arte. Che essere stati una puttana o uno spacciatore o un tossico siano esperienze necessarie. Sono stereotipi tali e quali allo smoking indossato dai solisti classici”. Il trucco per un musicista, in sostanza, sta nel non prendersi troppo sul serio e seguire il proprio percorso senza soffrire la paura di doversi un giorno reinventare: decisamente meglio che continuare con ciò “che finora ha sempre funzionato” in termini di mercato, e solo per l’ansia di correre dietro al pubblico (col rischio di fare la fine del direttore d’orchestra de Le Baccanti di Julio Cortàzar, divorato dalla platea)

“LA MUSICA È UNA SOLA: QUELLA BUONA, CHE SI DISTINGUE DA QUELLA CATTIVA”.

Il concetto di base è che “ogni cosa in natura può essere considerata musica”, persino il “silenzio” (e qui il richiamo al brano 4’33’’ di John Cage è inevitabile), o ciò che volgarmente viene considerato “rumore”. A onor del vero, non esiste, infatti, un sistema per poter distinguere il suono dal resto, ma semplicemente la storia della musica si basa sulle reazioni più forti e inaspettate del pubblico al cospetto di una novità. Bollani cita spesso, a dimostrazione di ciò, alcuni degli autori più importanti che hanno fornito un contributo fondamentale alla musica, quali ad esempio Igor’ Stravinskij, Heitor Villa-Lobos o Astor Piazzolla: nel primo caso, ci si vuole riferire a La Sagra della Primavera, brano ricco di “effettacci” che di fatto sono fuori grammatica e, pertanto, considerati poco eleganti (soprattutto in quel 1913 a Parigi, dove il pubblico regalò al povero Stravinskij fischi di dissenso puro), nel secondo abbiamo il compositore brasiliano più famoso di sempre che negli anni Venti fu insultato e accusato dalla sua stessa gente di importare spazzatura musicale (e solo per aver eseguito le musiche di Stravinskij e Debussy, dalle quali era rimasto folgorato durante il suo soggiorno a Parigi), e nel terzo l’accusa mossa a Piazzolla fu di vilipendio, avendo tentato di pensare e scrivere del tango non per i piedi e i corpi avvinghiati nella danza, ma per la “testa” (e oggi viene considerato il più famoso compositore argentino di tutti i tempi). Se analizziamo lo stesso genere del “jazz”, da profani o meno, tutti saremmo in grado di cogliere quei meravigliosi quanto sfacciati errori grammaticali di cui è oggettivamente pregno: ma questo è merito anche di quelle stesse deviazioni storiche sopra citate. La chiave di lettura “positiva” del jazz, come allo stesso Bollani piace ricordare al suo pubblico, sta proprio nell’errore…che magicamente può diventare una porta che si apre! Da qui nasce la peculiarità dell’improvvisazione, per alcuni musicisti un semplice escamotage e per altri qualcosa di dichiaratamente ricercato durante l’esecuzione di un brano. In sintesi, la cosa straordinaria è proprio questa: non esistono solo i capiscuola, i grandi maestri, ma anche personaggi che semplicemente “suonano come accidenti vogliono loro”.

DA CAROSONE A “L’IMPORTANTE E’ AVERE UN PIANO”.

“Napoli Trip” (Decca, 2016) è l’ultimo prodotto discografico sfornato da Bollani, testimone non solo di un profondo amore tutto partenopeo, ma anche (e soprattutto) per compositori d’eccellenza tutta italiana che hanno avuto dichiaratamente parte in causa nella sua formazione musicale, come Renato Carosone e Roberto De Simone. Perfino la breve esperienza nel mondo del pop è stata significativa (come tastierista per Irene Grandi, Raf e Jovanotti), se non altro per aiutarlo ad apprezzare maggiormente il percorso trasversale che poi si andato a scegliere, diverso senz’altro da quello del classico musicista preoccupato in primis della propria immagine, piuttosto che di fare musica: lui stesso si domanda come faccia (per fare un esempio) “il bassista dei Rolling Stones a suonare da 50 anni il giro di accordi trito e ritrito di (I Can’t Get No) Satisfaction” senza annoiarsi mai. E’ stato grazie alla paterna influenza di Enrico Rava (trombettista jazz tra i più apprezzati nel mondo) che Stefano, a fronte di una carriera musicale insoddisfacente ed estremamente piena di vincoli (nel genere pop non c’è spazio per l’improvvisazione!), ha potuto così forgiare al meglio la propria formazione artistica, al punto da potersi permettere oggi di esibirsi ad ogni concerto suonando, in primis, ciò che più preferisce (muovendosi liberamente tra le onde della musica classica, per poi scivolare nel jazz, nella bossa nova o nella samba), senza rispettare a tutti i costi un repertorio e scegliendo personalmente con chi condividere il palco. Perché, come a lui stesso è piaciuto sottolineare durante le 7 puntate del suo ultimo programma “L’importante è avere un piano” (andato in onda dal 10 novembre al 22 dicembre su Rai 1), l’imperativo qui è, principalmente, divertirsi a fare musica! Per questo ho scelto di coinvolgere tutti gli amici musicisti (ciascuno con il proprio background culturale) desiderosi di condividere con me questa esperienza. Non ci sono intenti educativi di alcun genere, come qualcuno potrebbe pensare, anche perché non amo assolutamente salire in cattedra e passare per quello che dice alla gente cosa dovrebbe o non dovrebbe ascoltare: piuttosto, direi di non smettere mai di essere curioso e di conoscere quanta più roba possibile!” . E tanto per smontare tutti i critici e giornalisti desiderosi di confrontarsi sull’argomento musica, sui musicisti, sulla purezza dei generi e quant’altro, Stefano non manca mai di citare un altro dei suoi artisti preferiti, tale Frank Vincent Zappa, che di fronte a questi omini “osava” controbattere con uno dei suoi aforismi più famosi: “parlare di musica è come ballare di architettura”. Tutto alla fine si ricollega a una “lezione” (anche se il termine qui è inappropriato) estremamente preziosa che il nostro caro Bollani ricorda ad ogni appuntamento: la musica, ha bisogno di poche regole, ma buone (tanto perché l’esecutore sappia dove lasciarsi andare all’improvvisazione e dove invece rispettare lo spartito di un brano di un Chick Corea, piuttosto che di un Ravel), e l’essenziale, alla fine dei conti, è che essa restituisca sempre un’esperienza magica per tutti, che molto abbia a che vedere con la creatività, le emozioni e l’empatia.

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