Della musica e del mestiere del musicista…

Della musica e del mestiere del musicista…

Dato sì che in molti avranno istintivamente skippato questo articolo, basandosi essenzialmente sulle premesse di un “semplice titolo”, dirò a tutti coloro che, al contrario, avranno ritenuto valesse la pena soffermarsi qualche minuto in più su queste righe che farò del mio meglio per evitare di trasmettere sensazioni di estraniamento o incompetenza rispetto alla materia. Del resto, esistono un certo tipo di riflessioni e osservazioni che sono ravvisabili e confrontabili in qualsiasi tipo di mestiere. Pertanto, la parola d’ordine stavolta sarà: “niente pregiudizi!”

Partiamo dal presupposto che l’argomento “musica”, e di conseguenza quello del “mestiere del musicista”, non sono da considerarsi così lontani dalla propria realtà quotidiana, qualunque cosa ciascuno di noi combini nella vita. Non occorre, ovvero, essere particolarmente ferrati o farsi spaventare dai tecnicismi, ma analizzare la questione come semplici fruitori di quell’arte esclusiva e squisitamente umana in grado di dare forma al linguaggio dell’anima.

Ad esempio: quante volte ci è capitato di passare una serata con gli amici in un locale che attendeva proprio in quell’occasione la tribute band di uno dei nostri gruppi preferiti? E a quel punto…giù commenti di ogni tipo (per lo più denigratori) sull’esibizione e/o il tasso di emulazione ostentato da quei 4-5 “buffoni/eroi” intenti a scimmiottare sul palco nel migliore dei modi l’aspetto e le movenze di “quelle particolari, storiche rockstar”.

Senza togliere spazio e diritti a chi molto naturalmente apprezza o apprezzerebbe serate di questo tipo, il punto focale del discorso verte principalmente sul fatto che, una volta pagato il conto e ringraziato il servizio al bancone, una certa serie di riflessioni potrebbero cominciare a farsi spazio nella testa di chi, come me, crede ancora fermamente in una cultura propriamente musicale e quindi avanzerebbe volentieri l’esigenza di essere adeguatamente educato alla materia senza che si finisca tutte le volte (inevitabilmente) con lo scavare nel passato: in particolare, in quell’epoca d’oro del rock che fino alla fine degli anni 90 ha potuto vantare una parabola ascendente incomparabile.

Una di queste “particolari” riflessioni potrebbe condurci semplicemente a domandarci – “con una presenza così invasiva delle tribute band nei locali notturni, dove finiscono ad esibirsi le nuove leve desiderose di esprimere se stesse attraverso la propria musica, o addirittura di dare il via a una carriera quantomeno decente?”. Oppure – “di fronte alla qualità oggettivamente bassa della musica trasmessa oggi dalle major radiotelevisive, come è possibile accontentarsi di un tale livello culturale propinatoci senza esigere di più dal mercato discografico e suoi affiliati?”. O magari – “se dopo più di 10 anni la musica da ascoltare viene ancora lasciata decidere ai talent show e alle regole non scritte del mercato, pensiamo davvero di avere ancora una sorta di ruolo attivo nella faccenda oppure ci illudiamo semplicemente di avere una qualche voce in capitolo tanto quanto crediamo di averne in qualsiasi altra questione pseudo democratica?”.

“E COSI’ VORRESTI FARE IL MUSICISTA, EH?

Una delle conseguenze inevitabili dell’essere fruitori attivi della musica (al punto da ritenersi, senza presunzione alcuna, dei “cultori”) è sicuramente il libero confronto con coloro che nella vita hanno scelto di esercitare la professione del musicista, full o part time. Inutile dire che ad oggi le probabilità di avere a che fare con personaggi fieri della loro unicità, ma allo stesso tempo frustrate dall’estrema difficoltà di trovare uno straccio di spazio dove farsi sinceramente apprezzare, è incredibilmente alta, soprattutto perché il più delle volte si tratta di giovani leve fresche fresche di studi accademici (anche di alto livello).

Per la gioia di una considerevole fetta di pub e locali notturni, questi “nuovi talenti” sono inevitabilmente costretti a ridimensionare i loro sogni di gloria pur di sperare in una benché minima possibilità di esibirsi dal vivo e, al tempo stesso, guadagnarsi “la pagnotta”: ecco che allora avrete una considerevole proliferazione di duo o trio acustici a costi molto più accessibili per i proprietari dei suddetti locali e, di conseguenza, una maggiore possibilità per le tribute band di esibirsi in spazi più grandi, considerata la loro effettiva capacità di coinvolgere un numero ben più alto di spettatori. La vittoria del vil denaro, insomma, a fronte di un compromesso tristemente “accettabile” per la leva artistica!

Un discorso analogo, naturalmente, vale anche per chi invece non cede alle lusinghe del conquibus e preferisce vivere della soddisfazione di un proprio lavoro autoprodotto, accontentandosi così di contesti ben più saltuari e di nicchia (come festival a tema, ad esempio) in cui esibirsi live, mantenendo salda e in maniera sprezzante quell’aura “alternative” tanto cara ai fan di quel determinato tipo di genere musicale. Con il risultato, però, di avere ottime probabilità di restare sempre molto meno considerati di quanto si dovrebbe dagli ambienti mainstream e dal mercato discografico “che conta davvero”.

DI MUSICA, MERCATO E ALTERNATIVE

Attenzione! Lungi da me polemizzare gratuitamente sulle scelte dei gestori di pub e locali simili perché unicamente dirette a invogliare quanta più gente possibile a consumare cibo e bevande, o sulla sfrenata voglia di quell’abbondante fetta di musicisti di optare per la ben più remunerativa “carriera dell’emulazione”. Se è vero che a chiunque eserciti la professione appartiene la libertà di farlo nel modo migliore (o peggiore) che potrà mai ritenere opportuno, ciò che sfugge veramente al fruitore di musica medio è, al tempo stesso, la sua indiscutibile libertà di pretendere un’educazione all’ascolto necessaria quasi quanto il cibo sulla tavola.

La qualità della musica (per lo meno quella che ci viene propinata quotidianamente) ha raggiunto probabilmente il livello più basso nella storia, costringendoci a credere che ormai tutto sia stato detto e fatto, quindi ad “accontentarci” di quello che ci viene proposto. Il problema è che, esistendo un limite per ogni cosa, in molti hanno cominciato a credere di essere potenziali “rockstar” senza nemmeno passare per un minimo di studio dello strumento prescelto, premurandosi al massimo di cavalcare l’onda del successo dei social media o di portare la loro bella faccia tosta di fronte a una giuria di discutibili talent scout (previa raccomandazione, vai a saperlo!). Risultato: ciò che va a perdere più di tutti in questa faccenda è il nostro naturale diritto a una cultura musicale più che decente, e ormai impossibile da pescare direttamente nell’oceano contaminato del mainstream.

La speranza appartiene probabilmente non solo ai vecchi e nuovi stakanovisti della professione del musicista, ma anche (e soprattutto!) ai futuri produttori discografici che scavando nell’alternativa indipendente con sincero interesse avranno veramente a cuore lo sforzo e il talento dei vari artisti emergenti, senza fare del profitto una “religione” e del denaro un “credo”. Chi volge lo sguardo all’estero può sicuramente intravedere una prospettiva migliore in questo senso, anche se questo significherebbe più di ogni altra cosa accettare il fatto che un Paese come il nostro sia effettivamente caduto in basso sotto molteplici aspetti: in questo senso, va ricordato che l’educazione alla “musica” (in quanto una delle “proiezioni” più sublimi dell’essere umano) non è mai da considerarsi un lusso, ma un diritto assolutamente naturale al quale ognuno di noi dovrebbe accedervi, imparando così a pretendere il meglio dal punto di vista della produzione. In fin dei conti, anche questo aiuta il musicista a “crescere” artisticamente.

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